| L’arte al tempo del potere illiberale. Il tema di Yellow Letters, Orso d’oro 2026 scelto dalla giuria guidata dal berlinese Wim Wenders, è questo. E il regista dello splendido La sala professori lo affronta con piglio sicuro e la giusta dose di disillusione e timori. Non solo per la situazione della Turchia di Erdogan. Che Ilker Çatak, poco più che quarantenne, “ricostruisce” nella sua città fingendo sia Ankara e ad Amburgo fingendo sia Istanbul, senza ricostruirne le ambientazioni. Appunto, per chi non volesse capirlo: il tema è più largo, universale, può realizzarsi in qualunque contesto. Ma Yellow Letters è soprattutto la storia di una famiglia: padre autore, madre attrice e figlia adolescente. Tre persone che l’autore berlinese indaga con una rara capacità chirurgica di radiografarne i caratteri. E con una costruzione narrativa capace di prendere per mano lo spettatore a cogliere sfumature, inclinazioni, fino alle meschinità. Peccato per qualche lunghezza di troppo. La storia del drammaturgo Aziz, di sua moglie primattrice del teatro di Stato Derya e della giovane Ezgi è quella di una famiglia progressista che resta invischiata nella stretta illiberale. Papà e mamma perdono il lavoro di docenti all’università e poi anche quello principale di autore e attrice. Stesse modalità di altre latitudini: accuse per i post sui social, delazioni, magistrati asserviti al governo. Le “lettere gialle” sono quelle che annunciano l’espulsione dalle vite precedenti. Gli attori turchi sono fenomenali, dalle due star Tansu Biçer (Aziz) e Özgü Namal (Derya), fino alla 15enne turco-austriacaLeyla Smyrna Cabas. |
Yellow Letters e molto altro: storia di una famiglia turca espulsa dalla vita precedente, di Enrico Caiano
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