Trionfo di AfD in Sassonia: Putin e Trump gongolano, obiettivo finale disgregare l’UE

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Il successo dell’AfD in Sassonia non è soltanto l’ennesimo segnale della crescita della destra radicale tedesca. È un campanello d’allarme per l’intero progetto europeo. Quando un partito apertamente ostile all’attuale architettura dell’Unione conquista consenso in uno dei principali Länder della Germania orientale, la questione smette di essere confinata alla politica interna tedesca e diventa un problema europeo. Perché la Germania resta il perno politico ed economico dell’Unione e ogni suo spostamento verso posizioni nazionaliste, euroscettiche e isolazioniste produce conseguenze che vanno ben oltre i propri confini. L’AfD ha costruito una parte significativa della propria fortuna politica alimentando il malcontento sull’immigrazione, sul costo della vita, sulla transizione energetica e sulle conseguenze della guerra in Ucraina. A questa miscela si aggiunge una critica radicale alle istituzioni europee e alla politica estera tedesca. Il risultato è una frattura sempre più evidente tra una parte dell’elettorato e l’establishment politico tradizionale. Non è sufficiente liquidare questo fenomeno come una semplice deriva estremista. La crescita dell’AfD esprime anche problemi reali, paure concrete e una crescente sfiducia verso partiti che per anni hanno dato per scontata la fedeltà dell’elettorato al progetto europeo. È precisamente su queste fratture che le potenze ostili o concorrenti dell’Occidente possono fare leva. Vladimir Putin ha tutto l’interesse a vedere un’Europa politicamente divisa, meno compatta sul sostegno all’Ucraina e meno determinata nel mantenere una linea comune nei confronti della Russia. Un’Unione Europea incapace di parlare con una voce sola è inevitabilmente un interlocutore più debole. La propaganda e le reti di influenza legate al Cremlino hanno più volte cercato di sfruttare le divisioni interne alle società occidentali, anche se attribuire a Mosca la regia di ogni successo elettorale della destra radicale sarebbe una semplificazione priva di fondamento. Anche negli Stati Uniti il quadro è cambiato. Donald Trump ha più volte manifestato una concezione dei rapporti internazionali nella quale gli interessi nazionali prevalgono sulle tradizionali alleanze multilaterali. Un’Europa costretta a fare maggiormente affidamento sulle proprie risorse, sulla propria difesa e sulla propria capacità politica potrebbe trovarsi davanti a una scelta storica: trasformarsi in una potenza più autonoma oppure tornare a essere un insieme di Stati nazionali incapaci di affrontare collettivamente le grandi crisi. Per i sostenitori di una visione transatlantica tradizionale, la prospettiva di un’Europa più debole e divisa non può che essere motivo di preoccupazione. Putin e Trump non condividono naturalmente la stessa agenda e sarebbe azzardato descriverli come parte di un unico disegno politico. Ma esiste un punto di convergenza oggettivo: entrambi possono trarre vantaggio, per ragioni diverse, da un’Europa meno coesa e meno capace di agire autonomamente. È questa la vera posta in gioco. Non necessariamente un complotto coordinato per demolire l’Unione, ma la possibilità concreta che le sue divisioni interne vengano utilizzate da attori esterni per indebolirne la capacità decisionale. Il successo dell’AfD dovrebbe quindi essere letto anche a Bruxelles. L’errore sarebbe reagire con sufficienza, demonizzando milioni di elettori e trasformando ogni protesta in una manifestazione di estremismo. Una strategia simile finirebbe soltanto per rafforzare la narrazione secondo cui le élite europee non ascoltano più una parte consistente della popolazione. L’alternativa non è inseguire l’AfD sul suo terreno, ma affrontare le cause del consenso che la alimentano: sicurezza, immigrazione, salari, competitività industriale, energia, servizi pubblici e percezione di un controllo democratico insufficiente sulle decisioni europee. L’Unione Europea si trova davanti a una contraddizione che non può più rinviare. Da una parte chiede agli Stati membri di affrontare insieme questioni che nessun Paese europeo può risolvere da solo; dall’altra continua a essere percepita da molti cittadini come una struttura distante, tecnocratica e incapace di rispondere rapidamente alle emergenze. Questa distanza offre spazio alle forze nazionaliste. E quando il consenso europeo arretra, il nazionalismo torna a presentarsi come l’unica alternativa apparentemente concreta. La partita tedesca è dunque anche una partita europea. Se la crescita dell’AfD dovesse consolidarsi e contagiare progressivamente il dibattito politico nazionale, Berlino potrebbe diventare più difficile da governare e più esitante nelle scelte europee. Per l’UE sarebbe un problema enorme. Una Germania politicamente paralizzata o orientata verso un maggiore ripiegamento nazionale renderebbe più complicata ogni decisione sulla difesa comune, sull’Ucraina, sull’energia, sulla politica industriale e sulla gestione dei confini. Il rischio più serio, tuttavia, non è che l’Europa venga improvvisamente dissolta da un attacco esterno. È che si indebolisca lentamente dall’interno, elezione dopo elezione, crisi dopo crisi, fino a diventare una confederazione politica sempre più fragile, nella quale gli interessi nazionali prevalgono sistematicamente sulle decisioni comuni. È uno scenario che non richiede alcun grande piano segreto. Basta che le divisioni aumentino e che nessuno sia disposto a ricomporle. Per questo il voto in Sassonia dovrebbe essere considerato un avvertimento. L’Europa non può limitarsi a celebrare i propri valori mentre una parte crescente dei suoi cittadini li considera estranei alle proprie necessità quotidiane. Deve dimostrare che l’integrazione europea significa anche sicurezza, prosperità, controllo democratico e capacità di proteggere i cittadini. Altrimenti il vuoto verrà occupato da chi propone il ritorno agli Stati nazionali come soluzione a ogni problema. Putin può osservare con soddisfazione le crepe del fronte europeo. Trump può considerare con favore un’Europa più autonoma dagli Stati Uniti ma anche più frammentata e meno vincolata alla tradizionale logica delle alleanze. Ma la responsabilità decisiva resta europea. Nessun attore esterno può disgregare un’Unione che abbia istituzioni solide, consenso democratico e una strategia comune. Al contrario, un’Europa politicamente divisa offre inevitabilmente agli altri la possibilità di determinarne il futuro. La vera sfida, dunque, non è soltanto fermare l’AfD. È impedire che la sfiducia che ne alimenta il consenso diventi una forza capace di demolire, dall’interno, l’idea stessa di Europa. Se Bruxelles e le capitali nazionali non sapranno rispondere a questa sfida, il progetto europeo potrebbe scoprire troppo tardi che la sua più grave minaccia non arriva necessariamente dai confini dell’Unione, ma dalle fratture che si aprono al suo interno.

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