Quasi 2.700 sopravvissuti a torture e trattamenti inumani, per lo più uomini (62,7%) con un’età mediana di 31 anni, provenienti da Bangladesh, Nigeria e altri Paesi africani e asiatici. È la fotografia drammatica scattata dal Report Annuale 2024 della Rete di Supporto per le persone Sopravvissute a Tortura (RESST), che riunisce otto organizzazioni tra cui Medici Senza Frontiere, Caritas Roma e Medici per i Diritti Umani. I dati rivelano che il 37,3% delle vittime sono donne, mentre la maggioranza (62,7%) è composta da uomini. Quasi la metà (44%) ha subito violenza psichica, seguita da violenza fisica (43%) e sessuale (12%). Le torture sono avvenute principalmente nei Paesi di transito (64,6%), con la Libia in testa (195 casi), seguita da Tunisia e Algeria. Il 74,1% delle violenze è stato perpetrato da autorità locali, mentre il 16% da trafficanti. Il quadro si fa ancora più complesso considerando il livello di istruzione: il 34% dei sopravvissuti non ha alcun titolo di studio, e solo il 10% ha un’istruzione universitaria. La conoscenza dell’italiano è un altro ostacolo: il 44% la parla in modo scarso, il 34% non la conosce affatto. Nel 2024 sono state erogate 14.456 prestazioni sanitarie, con un focus su consultazioni psicologiche individuali (43,2%) e visite di medicina generale (34,2%). Sul fronte legale, il 77% delle richieste ha riguardato l’assistenza sociale, mentre solo il 21% consulenze legali. Secondo ReSST, mette in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dalle autorità italiane ed europee per negare l’accoglienza o il diritto d’asilo: l’esistenza di cosiddetti “Paesi sicuri”. «Le nostre evidenze dimostrano – scrive la rete – che il concetto di sicurezza non può essere ricondotto a una valutazione statica e geopolitica. Una persona può essere torturata o gravemente maltrattata anche in Paesi formalmente “sicuri”, soprattutto se si trova in condizioni di vulnerabilità, senza protezione o diritti riconosciuti». Il legame tra tortura e migrazione appare tanto forte quanto rimosso dal dibattito pubblico. La tortura è una pratica vietata dal diritto internazionale in ogni circostanza, ma è ancora largamente diffusa: oltre 140 Paesi nel mondo la praticano, direttamente o attraverso la tolleranza di forme gravi di maltrattamento, in particolare verso migranti, oppositori politici, minoranze etniche, donne e persone LGBTQIA+. I motivi che spingono le persone alla fuga – e spesso a subire torture – sono principalmente economici (51%), seguiti da motivazioni politiche (24%) e religiose (7%). Questo dato conferma che la povertà estrema, la marginalizzazione e la disuguaglianza possono essere, di fatto, condizioni di persecuzione e violenza sistemica. Le forme di tortura documentate sono quasi equamente distribuite tra fisiche (43%) e psichiche (44%), con una responsabilità attribuita ai trafficanti (33%) ma anche a pubblici ufficiali (28%) e, in misura minore, a datori di lavoro (3%). Il report mette in luce anche l’enorme lavoro clinico, psicologico e sociale svolto dai centri della rete. Nel 2024 sono stati erogati oltre 14.000 servizi sanitari. Le prestazioni più richieste sono le consulenze psicologiche individuali (43%) e le visite di medicina generale (34,2%). Evidente il dato relativo al supporto sociale, richiesto nel 77% dei casi: segno che il percorso di cura non può prescindere da un accompagnamento generale, che tenga conto della condizione legale, abitativa e lavorativa della persona. Come sottolineano gli esperti, non si tratta soltanto di guarire le ferite, ma di «ricostruire fiducia, dignità e possibilità di vita», partendo da un ascolto attento e non giudicante. In questo senso, la ReSST chiede anche un impegno più forte delle istituzioni italiane per garantire il diritto alla salute e alla protezione internazionale, evitando prassi amministrative e narrative politiche che tendono a semplificare o negare le sofferenze vissute lungo le rotte migratorie. «Dietro ogni storia di tortura – si legge nel comunicato – c’è un corpo, una mente, una storia che ci interroga. Ma c’è anche un sistema che sceglie spesso di non vedere». Per questo, conclude la rete, «non si può continuare a stabilire chi ha diritto alla protezione sulla base di liste arbitrarie di Paesi sicuri. La protezione deve partire dall’ascolto, dalla valutazione individuale e dalla consapevolezza che la tortura, oggi, è ancora una realtà concreta e vicina». «I dati mostrano un sistema sotto pressione, con migliaia di persone che necessitano di cure fisiche e psicologiche», spiega un portavoce di RESST. «Servono più risorse per garantire loro un percorso di riabilitazione e integrazione».
Paolo Iafrate



