Dal 14 al 19 aprile 2026, al OFF/OFF Theatre, arriva una sfida che ha il sapore delle imprese coraggiose: portare in scena Il Rosso e il Nero di Stendhal, romanzo monumentale e raramente affrontato in teatro. A raccoglierla è Duccio Camerini, che firma adattamento e regia, oltre a salire sul palco nel ruolo del Marchese de La Môle, guidando una compagnia in gran parte composta da giovani interpreti.
Ed è proprio questa dimensione generazionale a definire il tono dello spettacolo. Accanto a Camerini si muovono Francesca Alati, una Mathilde di forte presenza scenica e notevole impatto fisico, Marcello La Bella, che costruisce un Julien Sorel credibile e inquieto, e ancora Lorenzo Chiarusi, Marianna Menga e Leonardo Zarra, che completano un cast compatto e ben affiatato.
Non è uno spettacolo che punta alla rifinitura impeccabile, quanto piuttosto a un’adesione sincera al materiale. Gli attori si muovono con una partecipazione evidente, quasi istintiva: si ascoltano, si passano le battute con naturalezza, trovano nel ritmo e nell’intenzione una loro solidità. Le imperfezioni, quando emergono, sembrano appartenere più al rischio del mestiere che a una reale fragilità, e finiscono per essere assorbite da un’energia complessiva che resta costante.
Tra le soluzioni più interessanti, spiccano i momenti corali in cui tutti e sei gli interpreti condividono la scena: non si tratta di veri dialoghi, ma di una sorta di flusso simultaneo di pensieri. I personaggi parlano come se dessero voce alle proprie paure, ossessioni e desideri, senza rivolgersi realmente gli uni agli altri. È come assistere a un’intimità resa pubblica, a un intreccio di monologhi interiori che si sovrappongono e costruiscono un tessuto emotivo particolarmente efficace.
La drammaturgia, elaborata da Camerini con la collaborazione dello stesso La Bella, affronta uno dei nodi più complessi: ridurre un romanzo stratificato e dilatato nel tempo senza sacrificarne la comprensione. La soluzione del racconto a ritroso, costruito a partire dal gesto violento iniziale, permette di mantenere tensione e chiarezza, accompagnando lo spettatore in un percorso lineare pur nella sua struttura circolare.
Interessante anche la scelta musicale, firmata Alchimusika: sonorità contemporanee, a tratti spiazzanti, che oscillano tra suggestioni rock e atmosfere più elettroniche. Una direzione che evita il rischio di un’ambientazione museale e restituisce invece una vibrazione attuale, senza scivolare nella forzatura.
Sul piano visivo, i costumi di Caterina Lusena lavorano per sottrazione, inserendo piccoli elementi di modernità in un impianto essenziale. È una linea coerente con l’intero allestimento, che trova uno dei suoi punti più riusciti nell’uso dello spazio: il palchetto interno della sala viene integrato nell’azione scenica, trasformandosi in un punto di osservazione e apparizione che rompe la frontalità e coinvolge lo spettatore in modo diretto.
Ne emerge un lavoro che, più che imporsi per compiutezza formale, convince per coerenza e urgenza. La sensazione è quella di un teatro che si costruisce “in avanti”, nel fare, nel tentativo, nella volontà di confrontarsi con un classico senza timori reverenziali. E forse è proprio questa attitudine concreta, appassionata, non filtrata a rendere l’operazione degna di attenzione.
Andrea Pisante



