Sul palco, solo Claudia D’Angelo e un’anziana presenza che si muove discreta tra una poltrona e una televisione accesa. Il resto è spazio vivo, disseminato di fogli: frammenti di memoria da cui l’attrice attinge come da un archivio smarrito.La capoccia, il bello e il brutto dell’incidente è un monologo comico, autoironico e disarmante: un racconto di rinascita sospeso tra il tragico e il grottesco, tra l’oblio e lampi di lucidità improvvisa.
D’Angelo si presenta vestita da sposa, ma non sposata — semmai sposata alla vita, all’amore, al disincanto. Canta Vanda di Paolo Conte, stonata e felice, aprendo una confessione teatrale in cui il corpo diventa diario e la voce cicatrice.Tutto ruota intorno a un misterioso incidente in Francia e a un coma da cui l’attrice riemerge con un’ironia feroce: giustifica le parolacce che le “escono da sole”, dimentica nomi, scambia parole, ma in questo smarrimento trova una lingua nuova, una grammatica della sopravvivenza.

Tra idraulici e artisti, tra sogni e idiozie quotidiane, Claudia si muove con una comicità anarchica e tenera. Recita poesie e le chiude, ogni volta, con un secco “è finita”, come a esorcizzare la paura del vuoto. Eppure non finisce mai davvero: la sua voce continua, inciampa, ride, risorge.Il suo spettacolo non è solo un monologo, ma un autoritratto in movimento: una donna che trasforma il trauma in scena, la perdita di memoria in strumento poetico, la fragilità in carisma.Alla fine, il passaggio da “poeta” a “profeta” non è un errore, ma una rivelazione: Claudia D’Angelo non recita soltanto la rinascita — la profetizza, con leggerezza, coraggio e una risata che, come la vita, non chiede mai scusa. (Foto di Barbara Visca)
Alessandro Cannistrà



