Nella sortita di Giorgia Meloni sull’obiettivo di portare una personalità del centro-destra al Quirinale i nomi sono l’ultimo problema. La mossa della premier, infatti, è soprattutto un tassello della strategia per vincere le prossime elezioni politiche. Il tentativo è quello di polarizzare il voto, sensibilizzando gli elettori su un traguardo che in ottanta anni di Repubblica è apparso sempre irraggiungibile: la Meloni alza la posta costringendo chi si tira indietro, chi si dissocia ad assumersi le sue responsabilità.
Primo destinatario del messaggio è il generale Vannacci che nella mente dell’inner circle di Palazzo Chigi sta dividendo l’elettorato di centro-destra. «Per la prima volta nella Storia – osserva Francesco Filini, testa d’uovo di Palazzo Chigi – abbiamo un’occasione storica. Tutti, non solo Vannacci, ne debbono essere coscienti. La polarizzazione? C’è nei fatti, la nuova legge elettorale l’amplificherà. La sinistra già sta facendo la campagna contro «i pieni poteri» della Meloni. Io giuro però che Giorgia al Colle non pensa proprio».
È anche un modo per compattare la coalizione, per tenere stretti i ranghi in vista del voto. Una spinta a trovare un filo comune anche se c’è ancora lavoro da fare ad esempio sul tema delle preferenze nella legge elettorale. L’altra sera in video-conferenza con gli altri leader della maggioranza la premier è tornata alla carica. «Voglio vedere se voterete contro i miei emendamenti.», ha sfidato i suoi interlocutori. Un’ulteriore pressione per individuare un compromesso. Com’è tornata a girare la voce di un avvicendamento che porterebbe a sempre Salvini al Viminale e Piantedosi ad Europol. Aggiustamenti in vista della campagna elettorale.
Naturalmente ogni strategia ha le sue incognite. Polarizzare il voto, parlare di Quirinale finisce per compattare anche l’altro fronte. Sono i rischi della «polarizzazione». Il punto è che gira che rigira anche a sinistra si seguono con attenzione le mosse del generale. Tutte le strategie cercano di tenere conto della variabile di un Vannacci fuori o dentro il centro-destra. «Se entrerà in coalizione – è la previsione del piddino, Orfini – Forza Italia rischia di perdere i suoi elettori più moderati». «Se nel centro-destra entra un movimento che in Europa sta con Afd – pondera Richetti di Azione – noi dovremmo rivedere la nostra collocazione». Il leader di Avs Fratoianni invece si lascia andare ad altre congetture. «La Meloni può polarizzare – ragiona – ma senza Vannacci perde. Lui se va con il centro-destra fa la figura del quaquaraquà, prende il 4% e finisce là; se resta fuori prende il 10% e in due anni diventa il leader della destra».
E l’interessato che dice? Spiega il luogotenente del generale: «Non possiamo essere noi a dire di no all’alleanza con la Meloni, dobbiamo dimostrare che è lei a tradire i valori della destra. Alla fine vedrete che andremo da soli. Sul piano dei consensi ci conviene».
Rispondo a Michele Serra (Repubblica, 1 luglio) secondo il quale, forzo un po’, i presidenti delle Camere (La Russa e prima Fini), seconda e terza carica dello Stato, possono essere “di destra” o “post-fascisti” come piace scrivere a Michele; e può esserlo anche la presidente del Consiglio dei ministri, la signora Meloni. Hanno tutti giurato sulla Costituzione: “antifascista” dice Serra, ma sulla Carta la parola non c’è. Ha giurato anche Giorgia che può apporre ed opporre i segreti di Stato: l’unica ad avere in mano questo rischiosissimo potere che non condivide con alcuno, per preservare la “salus rei publicae” (suggerisco la lettura della sentenza 86/1977 della Consulta).
Non risultano spergiuri, né abusi o deviazioni, ma non serve: al Colle più alto, la destra no. Dice lui. Serra mente, lo sa: non esistono “ragioni strutturali” che impediscono l’elezione parlamentare – perché è con questo procedimento vintage che si fanno ancora i Presidenti della Repubblica – di un uomo o di una donna di destra al Quirinale. Io preferisco una donna non per fare un dispetto a lui, principe degli intellò, ma perché c’è una signora che ha il curricolo di prima donna premier, di prima personalità di destra in quel ruolo, di prossimo inquilino di Palazzo Chigi col contratto di affitto più lungo, e ancora di prima italiana a lunga scadenza nei consessi dei capi di Stato e di governo dove l’Italia era stabilmente cangiante.
Dopo le elezioni politiche del 2027 potrebbe essere lei il decisore massimo del futuro abitante del Quirinale, pro altri o pro se stessa; come piacerebbe a me (dubito a lei); non fosse altro per mettere fine alla deriva “regale” dei presidenti di sinistra. Napolitano bissò il mandato e Mattarella, che aveva esibito i pacchi dell’addio, è lanciato verso il quattordicesimo anno di sacrificio al Colle.
Diciamo una rispettosa verità: sono presidenti senza precedenti la cui rielezione è stata una ferita al carattere repubblicano della Costituzione “antifascista”. La doppia mandata dei Capi dello Stato progressisti – un tempo aborrita dai costituzionalisti come simil-autoritaria, se non peggio e non scrivo la brutta parola – è una macchia nella storia della nostra Costituzione e della sinistra italiana, nel cui pantheon Serra ha pronta la nicchia. Non c’e bisogno di stropicciare la Carta: per avere un Presidente della “rive droite”, è sufficiente vincere le elezioni e poi ricucire la ferita monarchico-“antifascista”. Decide l’urna, non l’amaca.



