Condividono la stessa radice profonda, lo stesso richiamo originario al venire al mondo, alla terra che ci genera e alla comunità che ci accoglie.Eppure, troppe volte nella storia moderna i confini nazionali sono diventati muri anziché soglie aperte.Nel corso del mio recente viaggio di lavoro in Tunisia, ho avuto modo di confrontarmi con intellettuali e professionisti locali che rifiutano con forza questa deriva divisiva. Dalle nostre conversazioni è emersa una richiesta lucida e irrinunciabile: costruire con i paesi dell’Europa e del Mediterraneo un rapporto autenticamente alla pari, fondato sul rispetto reciproco, sulla cooperazione strategica e sul riconoscimento delle rispettive sovranità culturali ed economiche.È una prospettiva che non possiamo più ignorare, soprattutto se guardiamo alla realtà demografica e umana che ci circonda. Sul Mediterraneo si affaccia oggi una popolazione complessiva di circa 480 milioni di persone: una straordinaria concentrazione di energie, intelligenze, giovani generazioni e risorse che rappresenta il vero cuore pulsante di quest’area del pianeta.Ripensare il Mediterraneo non come una frontiera da blindare, ma come un grande spazio di incontro e di civiltà significa dare ascolto a questa voce comune. Significa comprendere che il futuro delle due sponde è un destino condiviso e che la maturità politica della nostra epoca si misura dalla capacità di trasformare la vicinanza geografica in un’alleanza paritaria, dove la dignità di ogni nazione trovi finalmente il suo specchio e il suo compimento nell’altr
Riceviamo e pubblichiamo.
Giuseppe Galdi medico psichiatra



