L’Europa dice no alla Meloni sull’innalzamento del tetto della spesa.

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Intanto inflazione e spread in salitaLa richiesta italiana di ottenere maggiore flessibilità sulle regole di spesa europee si scontra con un muro che, almeno per ora, Bruxelles non sembra intenzionata ad abbattere. Giorgia Meloni ha chiesto alla Commissione europea di tenere conto dell’impennata dell’inflazione nella valutazione del percorso della spesa netta, sostenendo che i parametri fissati nei documenti di bilancio erano stati costruiti su uno scenario dei prezzi molto più favorevole. La risposta arrivata da Bruxelles è stata però netta: agli Stati membri sono già stati concessi margini aggiuntivi e non appare scontato che ve ne siano altri. La questione non è soltanto tecnica. Dietro la disputa sul tetto della spesa c’è il problema politico ed economico di una legge di Bilancio che rischia di nascere dentro una strettoia sempre più angusta. Il governo deve fronteggiare contemporaneamente l’aumento dei prezzi, il caro energia, la necessità di sostenere famiglie e imprese e il vincolo di mantenere sotto controllo deficit e debito. Sono obiettivi che possono essere perseguiti insieme soltanto disponendo di risorse sufficienti oppure di margini di manovra più ampi. Ed è proprio questo spazio che Roma sta chiedendo a Bruxelles. Nella lettera inviata alla Commissione, Meloni ha sottolineato che una quota significativa della spesa italiana è direttamente interessata da un’inflazione superiore alle previsioni. Secondo i dati indicati dalla premier, la spesa coinvolta equivale al 20,4% del Pil, mentre un ulteriore 12% del Pil sarebbe interessato dagli effetti dell’aumento dei prezzi già dal 2027. Il punto sollevato dal governo è quindi preciso: se il limite alla crescita della spesa è stato calcolato sulla base di un’inflazione prevista all’1,8%, un’inflazione molto più alta altera inevitabilmente il quadro entro il quale quel limite viene applicato. Il problema è che Bruxelles ragiona secondo una logica diversa. Le regole europee non sono state costruite per adattarsi automaticamente a ogni variazione dei prezzi e la Commissione ricorda che l’attuale quadro fiscale contiene già strumenti di flessibilità, compresa la clausola che consente agli Stati di discostarsi dal percorso della spesa netta entro determinati limiti. Per l’Italia, dunque, la partita non consiste semplicemente nel chiedere più soldi, ma nel convincere le istituzioni europee che l’eccezionalità dello shock inflazionistico giustifichi una diversa applicazione delle regole. Nel frattempo, però, i numeri interni rendono la situazione più delicata. A settembre l’inflazione italiana ha registrato una brusca accelerazione, con il dato armonizzato europeo arrivato al 4,1% su base annua, contro il 3,2% di agosto. Il dato nazionale è stato indicato al 4,2%. L’aumento è stato alimentato soprattutto dalla componente energetica e rappresenta un passaggio particolarmente rilevante perché arriva mentre il governo sta definendo la prossima manovra finanziaria. L’inflazione, inoltre, non è soltanto un problema per il potere d’acquisto delle famiglie. Per lo Stato significa anche maggiore difficoltà nel rispettare un percorso di spesa costruito su ipotesi di prezzo ormai superate. Se pensioni, trasferimenti, contratti e altre voci aumentano per effetto dell’indicizzazione o della necessità di compensare il caro vita, la stessa quantità nominale di risorse produce effetti diversi rispetto allo scenario originario. È questa la contraddizione sulla quale il governo sta cercando di attirare l’attenzione europea. A complicare ulteriormente il quadro è arrivato lo spread. Il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi ha raggiunto quota 118 punti base nella seduta del primo ottobre, con un aumento di 16 punti in una sola giornata. Il rendimento del decennale italiano è salito al 4,69%, ai livelli più elevati dall’ottobre 2023. Un movimento che non può essere letto automaticamente come un giudizio specifico sull’Italia, perché sui mercati europei pesano anche le tensioni internazionali, il costo dell’energia e soprattutto la situazione francese. Ma per il Tesoro italiano il risultato concreto non cambia: rendimenti più elevati significano un costo maggiore per il finanziamento del debito. È qui che inflazione e spread finiscono per incontrarsi. La prima aumenta la pressione sulla spesa e riduce il potere d’acquisto; il secondo rende più costoso finanziare quella stessa spesa attraverso il debito. In mezzo c’è una legge di Bilancio che dovrà trovare risorse per interventi selettivi senza alimentare ulteriormente i dubbi sulla sostenibilità dei conti pubblici. Non è un problema che possa essere risolto semplicemente spostando una voce da una casella all’altra. Il governo, naturalmente, ha interesse a ottenere da Bruxelles maggiore spazio. Una maggiore flessibilità consentirebbe di attenuare l’impatto dello shock energetico e di intervenire sulle fasce maggiormente esposte all’aumento dei prezzi. Ma la risposta europea segnala che la strada non sarà semplice. La Commissione ritiene di avere già messo a disposizione strumenti sufficienti e, almeno nella fase attuale, non sembra disposta ad ampliare ulteriormente il perimetro delle deroghe. Per Meloni si apre quindi una fase nella quale la capacità di mediazione europea diventa decisiva, ma nella quale anche la credibilità finanziaria interna assume un peso crescente. Chiedere flessibilità a Bruxelles mentre lo spread sale non significa necessariamente che i due fenomeni siano direttamente collegati, ma rende più difficile sostenere una strategia fondata esclusivamente sull’aumento della spesa. I mercati, infatti, guardano alla capacità di un Paese di mantenere sotto controllo il debito tanto quanto alla capacità del governo di sostenere l’economia. La questione centrale della prossima manovra sarà dunque trovare un equilibrio tra esigenze che oggi sembrano muoversi in direzioni opposte. Da una parte c’è la necessità di proteggere famiglie e imprese dagli effetti dell’inflazione e dell’energia. Dall’altra c’è il vincolo europeo sulla spesa e, contemporaneamente, l’esigenza di evitare che l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato restringa ulteriormente i margini disponibili. In questo spazio ristretto dovranno essere definite le priorità della politica economica. La bocciatura, almeno per ora, della richiesta italiana di innalzare il tetto della spesa non chiude la partita, ma ne chiarisce i confini. Roma dovrà continuare a negoziare con Bruxelles, mentre a livello interno dovrà decidere dove concentrare le risorse disponibili. Il dato politico più significativo è che l’inflazione ha cambiato rapidamente le condizioni sulle quali era stato costruito il quadro finanziario e che il governo non può più contare sullo stesso scenario di qualche mese fa. Il punto, alla fine, non è soltanto quanto potrà spendere l’Italia, ma quanto costerà ogni scelta. Con l’inflazione al 4% e lo spread tornato a salire, ogni misura di bilancio ha un prezzo immediato e uno finanziario nel tempo. È su questa doppia contabilità, quella sociale dei prezzi e quella finanziaria del debito, che si giocherà la prossima legge di Bilancio. E la risposta di Bruxelles indica che una parte della partita dovrà essere giocata senza poter contare, almeno per ora, su un nuovo allentamento delle regole europee.

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