Leone XIV e i valori dell’UE.

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A Metz, Lorena, rende omaggio a SchumanA Metz, in Lorena, Leone XIV rende omaggio a Robert Schuman, una figura che appartiene alle origini stesse del progetto europeo e che oggi torna al centro di una riflessione sul significato politico e civile dell’Unione europea. Non è soltanto un richiamo alla memoria di uno dei padri dell’Europa. È soprattutto l’occasione per tornare al momento in cui, dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, alcuni leader europei scelsero di trasformare la contrapposizione tra Stati in un progetto di cooperazione fondato sulla condivisione delle risorse e degli interessi. Schuman comprese che la pace tra Francia e Germania non poteva essere affidata soltanto a un accordo diplomatico o alla volontà contingente dei governi. Occorreva costruire una condizione nella quale una nuova guerra diventasse non soltanto politicamente inaccettabile, ma anche materialmente difficile da concepire. La proposta avanzata il 9 maggio 1950, passata alla storia come Dichiarazione Schuman, mise al centro il carbone e l’acciaio, le materie prime essenziali per l’industria e, soprattutto, per la produzione bellica dell’epoca. Metterle in comune significava dunque trasformare gli strumenti della rivalità in strumenti di cooperazione. Fu questo il senso politico della scelta compiuta da Schuman insieme agli altri protagonisti di quella stagione. Francia e Germania, dopo essere state per decenni al centro di conflitti devastanti, venivano chiamate a condividere la gestione di risorse strategiche. A quel primo nucleo si unirono Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Il processo portò alla firma, nel 1951, del Trattato di Parigi, che istituì la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, la CECA. Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer furono tra i protagonisti politici di quella costruzione, insieme agli altri leader e ai tecnici che contribuirono a darle forma istituzionale. La CECA rappresentò il primo passo concreto di un cammino che avrebbe portato, attraverso tappe successive, ai Trattati di Roma del 1957, alla Comunità economica europea e infine all’Unione europea. La storia dell’integrazione europea non fu dunque il risultato di un unico atto, ma di un processo progressivo nel quale la cooperazione economica divenne la base per una più ampia integrazione politica e istituzionale. L’idea fondamentale era semplice e insieme radicale: rendere gli interessi degli Stati europei sempre più interdipendenti, così da sostituire alla logica della contrapposizione quella della collaborazione. Il valore di quel progetto emerge con particolare evidenza proprio a Metz, nel cuore della Lorena, una regione che per la sua posizione geografica e per la sua storia industriale è stata per lungo tempo uno dei luoghi simbolo della contesa franco-tedesca. Qui la memoria europea non è astratta. È legata alla storia concreta di territori passati da un Paese all’altro, di frontiere cambiate, di guerre combattute e di generazioni cresciute dentro il conflitto tra nazionalismi contrapposti. Il richiamo a Schuman assume quindi un significato che va oltre la celebrazione di un uomo politico. Ricorda che l’Europa è nata anche dalla consapevolezza del fallimento di una determinata idea di sovranità, quella secondo cui la sicurezza di uno Stato potesse essere costruita contro quella degli altri. La risposta dei padri fondatori fu diversa: condividere una parte delle risorse, delle responsabilità e delle decisioni per rendere possibile una pace duratura. In questo contesto si colloca anche il significato della presenza e delle parole di Leone XIV. Il richiamo ai valori europei non può essere separato dalla vicenda storica che ha dato origine all’integrazione del continente. Pace, cooperazione, solidarietà, dignità della persona e ricerca del bene comune appartengono a una tradizione europea che non nasce soltanto dalle istituzioni comunitarie, ma anche dalla risposta politica, culturale e morale alla devastazione della guerra. L’Europa di oggi è molto diversa da quella immaginata negli anni Cinquanta. L’Unione europea comprende oggi un numero di Stati molto più ampio rispetto ai sei Paesi fondatori e ha costruito un mercato unico, istituzioni comuni e una moneta condivisa da gran parte dei suoi membri. Ma il principio originario conserva una sua attualità: l’idea che la cooperazione tra Paesi europei possa trasformare una storia di conflitti in una storia di interessi condivisi. Ricordare Schuman a Metz significa allora riportare l’attenzione sull’origine del progetto europeo, prima ancora delle sue attuali difficoltà e delle sue controversie. Significa ricordare che l’integrazione non nacque da un disegno astratto, ma dalla necessità concreta di impedire che il continente tornasse a precipitare nella guerra. E significa riconoscere che la costruzione europea fu, fin dall’inizio, un tentativo politico di superare la logica della divisione senza cancellare le identità nazionali. Il percorso avviato con la CECA non fu lineare né privo di contraddizioni. L’Europa ha conosciuto crisi economiche, divisioni politiche, tensioni tra gli Stati membri e discussioni profonde sul rapporto tra sovranità nazionale e integrazione. Eppure, la scelta compiuta nel dopoguerra resta il punto di riferimento storico dal quale partire per comprendere l’Unione di oggi. È questo il significato più profondo dell’omaggio a Schuman: ricordare che l’Europa non è nata soltanto da un mercato, da un insieme di regole o da istituzioni comuni. È nata dalla decisione di alcuni Paesi di mettere in comune ciò che fino ad allora era stato considerato uno strumento della propria forza nazionale. Dal carbone e dall’acciaio si passò progressivamente alla cooperazione economica, poi a quella politica e infine alla costruzione dell’Unione europea. A Metz, dunque, la memoria di Schuman diventa memoria delle origini. E il richiamo di Leone XIV ai valori dell’Europa acquista un significato che guarda contemporaneamente al passato e al presente: ricordare perché l’integrazione fu avviata e interrogarsi su quali principi debbano continuare a sostenerla. La lezione dei padri fondatori, da Schuman a De Gasperi e Adenauer, non consiste nell’aver consegnato all’Europa un modello immutabile, ma nell’aver dimostrato che anche dopo una guerra devastante era possibile trasformare il rapporto tra ex nemici in una collaborazione fondata su interessi comuni, responsabilità condivise e una prospettiva di pace.

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