Nel Rapporto intermedio di settembre, l’OCSE avverte: il conflitto in Medio Oriente pesa sui prezzi dell’energia, le scorte di gas in Europa sono ai minimi da quindici anni. Le banche centrali dovranno tenere ancorate le aspettative. Il settore dell’intelligenza artificiale sostiene gli investimenti, ma i rischi al ribasso restano elevati. L’economia globale rallenta, ma non si spegne. Nel primo semestre del 2026 la crescita mondiale si è attestata a un tasso annualizzato del 2,6%, in netto calo rispetto al 3,6% registrato nella seconda metà del 2025. È quanto emerge dal Rapporto intermedio sulle Prospettive economiche dell’OCSE, pubblicato oggi a Parigi con il titolo Superare shock consecutivi. Un rallentamento che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico attribuisce principalmente agli effetti del conflitto in Medio Oriente, che ha compresso l’offerta energetica proveniente dalle economie del Golfo e fatto impennare i prezzi di petrolio e gas. L’impennata dei prezzi del gas in Europa e in Asia è stata particolarmente marcata, complice anche un’estate di ondate di calore e livelli di scorte storicamente bassi. In Europa, il livello degli stoccaggi di gas naturale in rapporto alla capacità complessiva si colloca sul valore più basso registrato in questo periodo dell’anno da oltre quindici anni. Non va meglio per il petrolio: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, ad agosto le scorte globali erano inferiori di circa 507 milioni di barili rispetto a febbraio, con una riduzione superiore al 6%. La Riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa al livello più basso dal 1982. Sul fronte dei carburanti, i prezzi di benzina e gasolio sono aumentati rapidamente in molte economie, riflettendo sia i rincari del greggio sia l’aumento dei margini di raffinazione, compressi da strozzature produttive. L’aumento dei prezzi energetici interviene in una fase in cui, in alcune economie del G20 come Giappone, Italia e Sudafrica, le retribuzioni reali sono ancora pari o inferiori ai livelli pre-pandemici. A controbilanciare gli effetti del conflitto è il forte dinamismo delle attività legate all’intelligenza artificiale. Gli investimenti in data center e apparecchiature tecnologiche hanno sostenuto la crescita del PIL in Paesi come Stati Uniti, Canada e Australia, con ricadute positive anche su Corea e Giappone, tra i principali produttori mondiali di semiconduttori. Il commercio mondiale di beni legati all’IA ha continuato a fornire un contributo importante, in particolare nelle economie asiatiche. Anche gli scambi di merci non collegate all’IA hanno iniziato a rafforzarsi, sostenuti dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dalla ricostituzione delle scorte nei Paesi importatori. Secondo le stime dell’OCSE, la crescita del PIL mondiale dovrebbe attestarsi al 2,9% nel 2026 e al 3,0% nel 2027. Gli Stati Uniti cresceranno del 2,2% quest’anno e del 2,1% il prossimo, con il robusto aumento degli investimenti nell’IA in parte controbilanciato dal rallentamento dei consumi privati. La zona euro si fermerà all’1,0% sia nel 2026 sia nel 2027, mentre la Cina decelererà dal 5,0% del 2025 al 4,5% nel 2026 e al 4,2% nel 2027. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione è prevista in risalita nel breve termine. Nei Paesi del G20 l’inflazione complessiva passerà dal 3,4% del 2025 al 4,1% nel 2026, per poi attenuarsi al 3,6% nel 2027. Nelle economie avanzate del G20 salirà dal 2,5% al 3,2% nel 2026, scendendo al 2,6% l’anno successivo. Negli Stati Uniti l’inflazione complessiva dovrebbe diminuire dal 3,6% nel 2026 al 2,6% nel 2027, mentre in Giappone è previsto un aumento dall’1,8% al 2,6%. Di fronte al nuovo shock energetico e a un’inflazione che in oltre la metà dei Paesi del G20 supera l’obiettivo della banca centrale, l’OCSE sottolinea la necessità che le autorità monetarie assicurino un saldo ancoraggio delle aspettative. Negli Stati Uniti è previsto un ulteriore rialzo del tasso di riferimento nel quarto trimestre del 2026, con l’intervallo-obiettivo per i Federal Funds che dovrebbe poi mantenersi tra il 4% e il 4,25% fino alla fine del 2027. Nel breve periodo sono attesi moderati aumenti anche nella zona euro, in Australia e in Corea. Tra i rischi al ribasso, il Rapporto segnala il possibile verificarsi di un episodio di El Niño di eccezionale intensità, con una probabilità stimata al 95% tra ottobre e dicembre 2026. Un fenomeno di questo tipo potrebbe compromettere la produzione agricola in Australia, India, Indonesia e Sud-Est asiatico, con ripercussioni sui prezzi alimentari mondiali. Non meno preoccupante è l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine, già ai livelli più alti degli ultimi quindici anni, che potrebbe innescare un riprezzamento dei mercati azionari, soprattutto se gli utili delle imprese legate all’IA dovessero deludere le attese. Sul fronte fiscale, l’OCSE raccomanda che le misure di sostegno per l’energia siano adeguatamente mirate ai soggetti più vulnerabili, mantengano gli incentivi alla riduzione dei consumi e prevedano chiari termini di scadenza. Il monitoraggio dell’Organizzazione mostra che solo circa la metà delle misure attualmente in vigore è costituita da interventi mirati, con costi fiscali che in Corea arrivano fino allo 0,7% del PIL. Il Rapporto insiste poi sulla necessità di riforme strutturali per aumentare il tasso di crescita potenziale e rafforzare la resilienza delle economie. Tra queste, la diversificazione delle fonti energetiche, il miglioramento dell’efficienza energetica e politiche attive per il mercato del lavoro. Un capitolo a parte merita l’istruzione: i risultati dell’Indagine PISA mostrano punteggi in calo in scienze, lettura e matematica in molti Paesi da oltre un decennio, un trend che l’OCSE definisce preoccupante e che richiede interventi mirati, a partire dalla formazione digitale e dall’apprendimento permanente degli adulti. In sintesi, l’economia mondiale naviga in acque agitate ma tiene la rotta. Molto dipenderà dalla durata del conflitto in Medio Oriente e dalla capacità dei mercati energetici di normalizzarsi. Come scrive l’OCSE, «una più rapida normalizzazione dei mercati energetici contribuirebbe ad attenuare le pressioni inflazionistiche e a sostenere l’attività economica, mentre nuove perturbazioni o interruzioni più persistenti potrebbero tradursi in un’inflazione più elevata e in una crescita più debole».
Paolo Iafrate



