L’astensionismo non è un difetto tecnico del sistema, ma un sintomo politico della sua crisi più profonda.Le democrazie occidentali cercano di arginarlo con correttivi di ingegneria istituzionale:schede semplificate, voto elettronico, accorpamenti di date elettorali, incentivi alla partecipazione.Ma nessuna regola, per quanto moderna o efficiente, può restituire fiducia dove manca rappresentanza.Il problema non è il meccanismo, è il senso.Le persone non votano perché non credono che la politica possa incidere sulle loro vite, perché vedono istituzioni lontane, partiti autoreferenziali e linguaggi che non parlano più la loro realtà.Il voto non è più percepito come un atto di scelta, ma come un gesto vuoto, rituale, privo di conseguenze.Il cittadino resta spettatore di un sistema che decide altrove, mentre le grandi questioni – disuguaglianze, lavoro, ambiente, diritti – vengono affrontate come pratiche amministrative, non come battaglie politiche.La risposta, allora, non può essere una nuova procedura, ma un nuovo patto di fiducia.La partecipazione non si impone per decreto, si riconquista sul campo:con la trasparenza, la coerenza, la capacità di dare voce e forma a ciò che la società sente e vive.Finché la politica continuerà a ragionare in termini di strumenti e non di significati, l’astensionismo crescerà come un voto silenzioso di sfiducia.Un voto che non si conta nelle urne, ma si misura nel distacco crescente tra chi governa e chi, ormai, ha smesso di credere che serva ancora scegliere.
L’astensionismo non si cura con la burocrazia elettorale
Date:



