L’AMORE CONFINATO CHE SUPERA I CONFLITTI: CONFINI ALLO SPAZIO DIAMNTE

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La pièce CONFINI, dell’israeliano Nimrod Danishman, nell’adattamento italiano di Maddalena Schiavo, dopo un’anteprima nel 2024, è tornato a Roma al Teatro Spazio Diamante dal 6 all’8 marzo 2026. Borders, questo il titolo originale, è nato da un’esperienza direttamente vissuta da Danishman, regista, drammaturgo e insegnante di recitazione, co-fondatoRE a Tel Aviv del teatro LGBTQIA+ Hameshulash di cui è anche direttore artistico; lui stesso ha in passato raccontato di come sia più facile fare e portare questo tipo di teatro a Tel Aviv rispetto alla conservatrice  Gerusalemme, e che ha scelto di fare attivismo tramite l’arte perché “la cultura deve rimanere spazio libero in cui parlare di tutto e con tutti, la cultura è una pausa da quanto viviamo in ambito politico”.

Lo spettacolo è andato a Londra, New York e Berlino, ma è proprio nella resa italiana di Enrico Maria Lamanna con Viola Produzioni – centro di produzione teatrale che ha visto maggiori similitudini rispetto all’originale israeliana; in quest’opera si intende portare l’esperienza di persone che vogliono vivere vite normali in un luogo dove niente è normale”. Vi si sviluppa l’ipotetica storia di Boaz, israeliano di Gerusalemme, e George, libanese di Beirut, capitali difficili e poco aperte alla cultura omosessuale. Entrambi attratti l’uno dall’altro, vivono in due paesi nemici, separati da una recinzione sulla linea di confine che poi tenteranno di superare. La relazione va avanti nel comune desiderio di incontrarsi a Berlino, città finalmente in pace descritta come fuori dal tempo e dallo spazio in cui tutto sembra realizzabile e al di fuori di ogni pregiudizio; forse non una città casuale, perché in fondo rappresenta, con la pregressa esperienza di un muro divisorio invalicabile tra due realtà, la speranza in un mondo diverso, basato sulla libertà e la riconciliazione. Ma alla fine le crescenti tensioni tra i due paesi nemici rendono impossibile questa iniziativa di incontro e convivenza, e tutto si risolve in una bolla, arida e pesante come la luna perennemente incombente sul palco, unico elemento davvero tragico di una scenografia spoglia.

La regia è fatta di questi pieni e vuoti lunari, essenziali, a contrasto, sottolineando la tensione emotiva e le differenze tra i due protagonisti, interpretati da Daniele Alan-Carter e Claudio Cammisa, accompagnati dalla grafica di Augusto Casella, da un intervento video di Emanuelcarlo Mas e dalle musiche originali dal vivo, delicate e molto coinvolgenti, punto di forza della resa scenica, di Luigi Mas.

Partendo con dialoghi fin troppo espliciti, filtrati opportunamente da un velatino, artifizio scenico che apprezziamo molto, la vicenda vira su velate e tenere dichiarazioni d’amore, eppure nel giro di poco tempo il sentimento tra i due ragazzi diventa pericolosamente morboso: il desiderio sembra crescere nel mezzo, le distanze paiono cementare un legame sempre più forte, ma la voglia di arruolarsi e combattere di Boaz in ultimo avranno la meglio su una storia fatta di illusioni, non a caso con sola la Luna quale testimone dei loro dialoghi. In questo contesto la guerra che fa da sfondo ai due si fonde e confonde coi loro conflitti interiori, quasi a venirne paradossalmente generata, e i confini tra i due diventano confronti, così da arrivare a una domanda scomoda che da sola determina un destino probabilmente inevitabile: “Tu, l’avresti fatto per me?”

Maria Raffaella Pisanu

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