La crisi delle Nazioni Unite non è più soltanto una questione di efficienza istituzionale o di burocrazia. È diventata una crisi di autorevolezza, di capacità politica e, soprattutto, di fiducia. L’Organizzazione nata nel 1945 con l’ambizione di impedire che il mondo precipitasse nuovamente nella catastrofe della guerra appare oggi sempre più spesso paralizzata proprio quando avrebbe bisogno di dimostrare la propria utilità. Le guerre si moltiplicano, le rivalità tra grandi potenze si irrigidiscono, il diritto internazionale viene contestato o applicato in modo diseguale e il Consiglio di sicurezza rimane frequentemente ostaggio del diritto di veto dei suoi membri permanenti. Eppure sarebbe un errore concludere che le Nazioni Unite siano diventate inutili. La loro debolezza è evidente, ma altrettanto evidente è il vuoto che si aprirebbe in loro assenza. L’Onu non è un governo mondiale e non dispone degli strumenti per imporre automaticamente le proprie decisioni agli Stati. La sua efficacia dipende dalla volontà politica dei governi che ne fanno parte, soprattutto delle grandi potenze. Quando questa volontà manca, l’Organizzazione può apparire impotente. Ma questa impotenza non coincide con l’irrilevanza. Il problema principale riguarda proprio la distanza crescente tra le aspettative riposte nell’Onu e gli strumenti di cui dispone. Si pretende che risolva conflitti nei quali le parti non intendono cedere, che fermi guerre senza avere un esercito proprio, che faccia rispettare il diritto internazionale anche quando gli Stati più potenti scelgono di sottrarsi alle sue pressioni. È una contraddizione che accompagna l’Organizzazione dalla sua nascita e che oggi, con il ritorno della competizione tra potenze, è diventata più difficile da nascondere. Il Consiglio di sicurezza rappresenta il punto più evidente di questa crisi. Il sistema del veto attribuisce a Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito una responsabilità particolare, ma consente anche a ciascuno di questi Paesi di bloccare decisioni vincolanti quando entrano in conflitto con i propri interessi strategici. Il risultato è una paralisi che appare particolarmente grave nei momenti in cui sarebbe necessario un intervento collettivo. La questione non è soltanto giuridica. È politica: un’organizzazione internazionale può funzionare soltanto nella misura in cui gli Stati più potenti accettano di limitare, almeno in parte, la propria libertà d’azione attraverso regole comuni. A questa difficoltà si aggiunge una trasformazione profonda dell’ordine internazionale. Quando l’Onu fu fondata, il mondo era appena uscito dalla Seconda guerra mondiale e il sistema internazionale era dominato da un numero ristretto di potenze. Oggi il peso economico e politico di nuovi attori è cresciuto, mentre molte regioni chiedono una rappresentanza più coerente con gli equilibri contemporanei. Il dibattito sulla riforma del Consiglio di sicurezza, sull’ampliamento dei membri permanenti e sul ruolo dei Paesi del Sud globale nasce anche da questa evidente sproporzione. La crisi dell’Onu, tuttavia, non si misura soltanto nelle sale del Consiglio di sicurezza. Esiste un’altra dimensione, meno visibile ma decisiva, che riguarda il lavoro quotidiano delle agenzie e degli organismi delle Nazioni Unite. Dalla tutela dei rifugiati alla salute pubblica, dagli aiuti alimentari alla gestione delle emergenze, dalla cooperazione internazionale alla raccolta di dati, una parte significativa dell’azione multilaterale passa attraverso strutture che raramente occupano le prime pagine dei giornali. Quando una guerra o una catastrofe colpiscono una popolazione, la capacità di coordinare interventi tra decine di Paesi resta uno dei pochi strumenti disponibili su scala globale. Questo è il paradosso delle Nazioni Unite: sono più fragili proprio quando il mondo avrebbe maggiore bisogno di meccanismi di cooperazione. Le crisi contemporanee, infatti, non rispettano i confini nazionali. Il cambiamento climatico, le pandemie, le migrazioni, la sicurezza alimentare, la proliferazione delle armi e le conseguenze economiche delle guerre richiedono forme di coordinamento che nessuno Stato, nemmeno il più potente, può garantire da solo. Dire che l’Onu è indispensabile non significa quindi considerarlo adeguato nella sua forma attuale. Al contrario, la sua sopravvivenza come istituzione credibile passa necessariamente attraverso una riforma. Il punto è capire se gli Stati membri siano disposti a sostenerla realmente o se continueranno a invocare il multilateralismo quando conviene e a ignorarlo quando diventa vincolante. È questa contraddizione, più ancora delle inefficienze amministrative, a mettere in discussione la credibilità dell’Organizzazione. Il rischio più serio non è soltanto che l’Onu fallisca una singola crisi. È che la progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni multilaterali renda normale l’idea che ogni grande potenza possa agire unilateralmente e che le regole internazionali siano applicabili soltanto quando coincidono con gli interessi dei più forti. In uno scenario simile, il sistema internazionale diventerebbe più imprevedibile e la possibilità di gestire pacificamente le controversie ancora più difficile. Per questo la crisi dell’Onu non dovrebbe essere affrontata con l’alternativa semplicistica tra difesa dell’esistente e abolizione dell’Organizzazione. La questione reale è se sia possibile renderla più rappresentativa, più efficace e più coerente con gli equilibri del XXI secolo. Non esiste una riforma capace, da sola, di risolvere le rivalità tra le potenze. Nessuna modifica statutaria può sostituire la volontà politica degli Stati. Ma senza un luogo nel quale queste rivalità possano essere discusse, negoziate e almeno in parte contenute, il rischio è che il confronto internazionale si sposti sempre più verso la forza e sempre meno verso le regole. L’Onu resta dunque indispensabile non perché funzioni sempre, ma perché il mondo non ha ancora trovato un’alternativa altrettanto ampia e universale. La sua crisi è reale e non può essere nascosta dietro dichiarazioni di principio. Ma proprio questa crisi dovrebbe spingere gli Stati a interrogarsi sul futuro del multilateralismo invece di considerarlo un residuo del passato. Se le Nazioni Unite riusciranno a riformarsi dipenderà soprattutto dalla volontà dei loro membri. Se invece continueranno a essere utilizzate soltanto quando risultano convenienti, la loro autorevolezza continuerà a diminuire. Il paradosso è che, mentre l’Onu appare sempre più debole, le ragioni per cui fu creata restano drammaticamente attuali.
La crisi dell’Onu sembra inarrestabile ma è ancora indispensabile
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