Inflazione fuori controllo, il 4,2% riapre il conflitto sui conti europei

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L’inflazione italiana torna a occupare il centro della scena economica e politica. A settembre i prezzi al consumo sono aumentati del 4,2% su base annua, contro il 3,3% di agosto. È un’accelerazione netta, che riporta il tema del potere d’acquisto al centro dell’agenda del governo e rende più complicata la costruzione della prossima legge di bilancio. La causa principale è ancora una volta l’energia: i prezzi degli energetici regolamentati sono cresciuti del 25,9% e quelli degli energetici non regolamentati del 22,2%. Anche gli alimentari non lavorati hanno accelerato, passando dal 3,8% al 5,5%. Il dato non racconta soltanto una nuova fiammata dei prezzi. Racconta il ritorno di un problema che l’Europa aveva cercato di considerare temporaneo e che invece rischia di trasformarsi in una variabile strutturale della politica economica. L’inflazione di fondo resta infatti molto più contenuta, all’1,7%, ma anche questa misura è aumentata rispetto all’1,5% di agosto. Il problema, dunque, non riguarda esclusivamente il petrolio, il gas o l’elettricità. Lo shock energetico comincia a trasmettersi, almeno in parte, al resto dell’economia. È in questo contesto che Giorgia Meloni ha deciso di tornare a Bruxelles. La presidente del Consiglio ha annunciato di aver scritto alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per chiedere che l’aumento dell’inflazione venga considerato nel calcolo dei parametri europei e del deficit consentito. La richiesta italiana è di ottenere maggiore flessibilità per poter intervenire a sostegno di famiglie e imprese. Meloni ha indicato l’Ecofin e il successivo Consiglio europeo come le sedi nelle quali affrontare la questione. Il punto politico è evidente. Da una parte c’è la necessità di non lasciare che l’aumento dell’energia si trasformi in una nuova erosione dei redditi reali. Dall’altra ci sono le regole europee e il problema della sostenibilità dei conti pubblici. La richiesta di flessibilità non significa automaticamente poter spendere senza vincoli. Significa chiedere a Bruxelles di riconoscere che uno shock dei prezzi energetici può richiedere una risposta fiscale diversa da quella prevista in condizioni normali. È una distinzione decisiva. Perché finanziare misure temporanee contro uno shock temporaneo è una cosa; utilizzare l’inflazione come giustificazione permanente per aumentare la spesa corrente è un’altra. La prima può essere ricondotta alla logica dell’emergenza. La seconda rischia di trasformarsi in un problema di finanza pubblica. È su questo confine che si giocherà il confronto tra Roma e Bruxelles. L’Italia, peraltro, non parte da zero. Nel corso del 2026 il governo ha già ottenuto margini di flessibilità europei collegati alle spese per energia e difesa e ha indicato l’intenzione di concentrare una maggiore capacità di spesa nel prossimo biennio sul contrasto al caro energia. La nuova richiesta arriva quindi dentro una trattativa già aperta e non rappresenta una semplice richiesta episodica. Bruxelles dovrà decidere quanto spazio concedere senza mettere in discussione la credibilità delle nuove regole fiscali europee. Il precedente è importante. Se la flessibilità viene concessa ogni volta che una crisi produce effetti sui prezzi, il confine tra eccezione e regola diventa sempre più sottile. Ma se le regole vengono applicate senza tenere conto di shock energetici eccezionali, il rischio è opposto: comprimere la capacità degli Stati di proteggere famiglie e imprese proprio nel momento in cui la politica economica viene maggiormente chiamata a intervenire. Il dilemma non è soltanto italiano. La stessa Meloni ha ricordato che altri Stati membri stanno procedendo nella medesima direzione. La questione diventa quindi europea: come affrontare un nuovo aumento dei costi energetici senza produrre contemporaneamente una nuova crisi del debito e senza alimentare ulteriormente l’inflazione attraverso una politica fiscale eccessivamente espansiva. È il paradosso della fase attuale. Il governo ha bisogno di risorse per difendere il potere d’acquisto, ma proprio l’aumento dei prezzi riduce il potere d’acquisto e rende politicamente più urgente intervenire. Allo stesso tempo, una risposta finanziata integralmente attraverso nuovo deficit può avere effetti sui conti pubblici e, in determinate condizioni, sulla domanda interna e sui prezzi. La politica economica deve quindi muoversi tra due rischi opposti: lasciare che l’inflazione colpisca redditi e consumi oppure reagire con una spesa non sufficientemente selettiva. La prossima legge di bilancio diventa per questo il vero banco di prova. Meloni ha già indicato tra le priorità del governo il sostegno ai salari, al potere d’acquisto, alle imprese e alle famiglie. Ma l’aumento dell’inflazione modifica inevitabilmente i margini entro i quali queste promesse possono essere trasformate in misure concrete. C’è poi un’altra questione che non può essere elusa: la crescita. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil italiano è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% su base annua. L’industria ha però registrato una contrazione dello 0,5%, compensata dalla crescita dello 0,4% dei servizi. Un’economia che cresce lentamente e contemporaneamente affronta una nuova accelerazione dei prezzi dispone di margini molto più stretti rispetto a un’economia in forte espansione. Per questo la richiesta di Meloni a von der Leyen non va letta soltanto come una partita tra Roma e Bruxelles. È il riflesso di una difficoltà più ampia della politica economica europea: trovare un equilibrio tra disciplina fiscale, sostegno alla crescita e protezione dei cittadini dagli shock esterni. Dopo anni nei quali l’inflazione sembrava destinata a rientrare gradualmente, il nuovo aumento dimostra che la questione energetica rimane uno dei punti più vulnerabili dell’economia europea. La risposta non potrà essere soltanto contabile. Se l’energia rimane cara, servono interventi che riducano strutturalmente la dipendenza dai costi energetici elevati. Se l’inflazione erode i salari, occorre rafforzare la capacità dei redditi di recuperare potere d’acquisto senza alimentare una spirale prezzi-salari. Se le imprese subiscono l’aumento dei costi, gli interventi dovrebbero distinguere tra sostegno temporaneo e incentivi alla competitività. E se il deficit aumenta, bisogna spiegare con precisione per quali misure e per quanto tempo. Il 4,2% di settembre è dunque più di un numero. È un avvertimento sui limiti della politica economica in una fase nella quale le crisi energetiche, geopolitiche e finanziarie tendono a sovrapporsi. Meloni chiede a von der Leyen maggiore flessibilità perché il governo vuole avere più spazio per intervenire. Bruxelles dovrà stabilire quanto spazio concedere senza compromettere la disciplina dei conti europei. Ma la questione decisiva, alla fine, sarà italiana: come utilizzare ogni eventuale margine aggiuntivo senza trasformare una risposta all’emergenza in un nuovo problema strutturale.

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