Infermieristica, il lavoro arriva subito ma lo stipendio è basso. Meno giovani scelgono di lavorare tra le corsie

Date:

Per un neolaureato in Infermieristica, restare senza lavoro è quasi un’eccezione. A un anno dal titolo, l’89,1% di chi ha conseguito una laurea triennale in Infermieristica  risulta occupato. Per trovare il primo impiego servono in media 2,4 mesi dalla laurea e appena 1,8 dall’inizio effettivo della ricerca. Pochi percorsi universitari garantiscono un ingresso così rapido e coerente nel mercato del lavoro. Eppure, mentre ospedali e servizi territoriali continuano a cercare infermieri, i corsi di laurea faticano sempre più ad attrarre nuovi studenti. È in questa distanza tra bisogno e scelta che si misura il paradosso della professione: il lavoro è quasi certo, ma diventare infermiere appare sempre meno desiderabile. 

Il XXVIII Rapporto AlmaLaurea, analizzato dalla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, mostra una corrispondenza molto elevata tra formazione e occupazione. Il 98,2% degli occupati svolge una professione coerente con il titolo, il 97,9% considera la laurea efficace o molto efficace e quasi nove su dieci utilizzano in misura significativa le competenze apprese durante il percorso universitario.

Non è soltanto un lavoro trovato rapidamente. È, nella quasi totalità dei casi, il lavoro per il quale ci si è formati. Dietro percentuali così alte, però, il quadro si fa meno lineare. A un anno dal titolo, il 52,4% degli occupati ha un contratto a tempo indeterminato, mentre il 35,8% lavora ancora a termine. Il settore privato assorbe il 54% dei giovani professionisti, contro il 41,8% del pubblico. Il 7,1% esercita invece la libera professione, una scelta che non sempre coincide con una maggiore autonomia e che può rappresentare anche una risposta alle difficoltà delle assunzioni e alle condizioni offerte dal lavoro dipendente.

La retribuzione netta mensile media è di 1.745 euro. Gli uomini dichiarano in media 1.804 euro, le donne 1.728, pur rappresentando quasi l’80% dei laureati. Più di un occupato su cinque continua inoltre a cercare un altro lavoro. In alcuni atenei di Calabria, Campania, Sicilia e Umbria la quota supera il 30%.  Il posto, dunque, si trova. Ma non sempre basta.

Si può entrare rapidamente nel mercato del lavoro e continuare a cercare condizioni migliori: uno stipendio più adeguato, maggiore stabilità, turni sostenibili, prospettive di carriera o la possibilità di lavorare nel proprio territorio. Anche il confronto internazionale restituisce l’immagine di un sistema in affanno. In Italia operano 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 9,2. I medici, al contrario, sono più numerosi della media internazionale. Il problema non è quindi una generica carenza di personale sanitario, ma uno squilibrio tra le professioni di cui ospedali, servizi territoriali e assistenza domiciliare hanno bisogno.

A rendere il quadro ancora più fragile sono i pensionamenti. Secondo le stime di Agenas, tra il 2026 e il 2035 circa 78mila infermieri del Servizio sanitario nazionale raggiungeranno l’età pensionabile. E mentre aumenta il bisogno di nuove assunzioni, le domande di accesso al corso di laurea in Infermieristica non crescono allo stesso ritmo dei posti disponibili.

Nel 2024, a livello nazionale, il numero delle candidature ha sostanzialmente eguagliato quello dei posti messi a bando. In alcuni atenei del Centro-Nord il rapporto è sceso a 0,8 domande per ogni posto offerto.

È questo il vero paradosso: una laurea che offre un lavoro quasi certo non riesce più a rendere la professione altrettanto desiderabile. La sicurezza occupazionale non compensa automaticamente turni pesanti, responsabilità crescenti, difficoltà di conciliazione, retribuzioni considerate insufficienti e possibilità di carriera ancora limitate. Il bisogno di infermieri aumenta, ma non cresce nella stessa misura la disponibilità dei giovani a intraprendere questo percorso.

La revisione dei corsi di laurea approvata nel 2026 e l’introduzione di profili infermieristici specialistici possono aprire nuove prospettive, valorizzando competenze avanzate e responsabilità cliniche. Ma cambiare la formazione non basta, se non cambiano anche le condizioni nelle quali quelle competenze vengono esercitate.

L’89,1% di occupati a un anno dal titolo dimostra quanto gli infermieri siano indispensabili. Il calo delle domande mostra, però, che essere indispensabili non significa ancora sentirsi riconosciuti. Il problema, allora, non è più trovare un posto agli infermieri. È fare in modo che quel posto valga la scelta.

Valentina Alvaro

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Condividi post:

Sottoscrivi

Popolare

Articoli Correlati
Articoli Correlati

L’infermiere scolastico: una risorsa chiave per studenti con disabilità e patologie croniche

Garantire la sicurezza e il benessere degli studenti con...

Taranto, tre infermiere aggredite a pugni e calci da un paziente in ospedale

Tre infermiere sono state aggredite all'interno dell'Ospedale Moscati di...

Napoli, uomo aggredisce infermiere e vigilante in Pronto Soccorso

Una nota dell'ospedale evangelico Betania di Napoli spiega che...