C’è un punto cieco nel dibattito italiano sull’immigrazione. È quello che separa la cronaca degli sbarchi dalla vita quotidiana di chi, una volta arrivato, entra nei gangli più fragili dell’economia. Lontano dai riflettori, tra campi agricoli, cantieri, laboratori tessili e piattaforme digitali, prende forma un intreccio silenzioso: quello tra migrazione e criminalità organizzata, non tanto nella gestione dei flussi quanto nello sfruttamento del lavoro. I numeri raccontano una realtà strutturale. In Italia vivono quasi sei milioni di stranieri, circa il dieci per cento della popolazione. Oltre due milioni lavorano regolarmente, ma accanto a questo dato corre un sommerso vastissimo: rapporti informali, salari ridotti, orari estenuanti. È qui che le organizzazioni criminali trovano terreno fertile, agendo come intermediari di manodopera, garanti di “ordine” e, spesso, unici fornitori di soluzioni rapide a bisogni immediati: un alloggio, un impiego, un documento. Il caporalato agricolo resta l’emblema più noto, soprattutto nel Mezzogiorno. Un sistema criminale che, secondo le stime, coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori, spesso migranti provenienti dall’Africa subsahariana o dal Bangladesh. Ma lo sfruttamento ha cambiato pelle. Si estende all’edilizia, alla logistica, alla ristorazione. E arriva fino alle app di consegna: il cosiddetto “caporalato digitale”, dove il controllo non passa più dal furgone all’alba, ma dagli algoritmi e da catene di subappalti opache. Il risultato non cambia: lavoratori ricattabili, invisibili, pagati meno e sempre sul filo della perdita del permesso di soggiorno. Le mafie storiche e i gruppi criminali stranieri non operano in compartimenti stagni. Il rapporto EURISPES 2025 – dal titolo “Immigrazione e criminalità organizzata: le strategie dei sodalizi italiani” – evidenzia una collaborazione sempre più stretta tra i gruppi. La ’Ndrangheta, la Camorra, le organizzazioni nigeriane e cinesi si spartiscono settori e territori, adattandosi alle falle normative e amministrative. La mafia nigeriana, ad esempio, gestisce in modo quasi monopolistico il mercato della prostituzione forzata, reclutando vittime direttamente in Nigeria. Quella cinese controlla invece reti di sfruttamento nel tessile e nella logistica, con migranti spesso arrivati attraverso tratte balcaniche. Le mafie italiane, dal canto loro, forniscono il radicamento territoriale, l’infiltrazione negli appalti pubblici e il riciclaggio di denaro. L’immigrazione diventa così una risorsa economica da valorizzare: non per l’integrazione, ma per il profitto. Il paradosso è che mentre la politica continua a trattare l’immigrazione come emergenza, il fenomeno è ormai strutturale. Lo è demograficamente, lo è economicamente. E proprio questa distanza tra realtà e narrazione apre spazi alla criminalità. Più i canali legali per ottenere un permesso di soggiorno legato al lavoro sono rigidi, burocratici e lenti (come i “decreti flussi”), più cresce l’offerta illegale di “scorciatoie” gestite dalle reti criminali. Chi è disperato, in fuga o semplicemente bisognoso di lavorare, finisce per accettare condizioni da semi-schiavitù. Affrontare il nodo dello sfruttamento significa spostare lo sguardo. Meno ossessione per il numero degli arrivi, più attenzione a ciò che accade dopo. Significa: a)Rafforzare i controlli sul lavoro, soprattutto nei settori ad alta vulnerabilità (agricoltura, edilizia, logistica, servizi alla persona); b) Combattere la catena dei subappalti opachi e l’infiltrazione criminale negli appalti pubblici, compresi quelli per l’accoglienza; c) Separare in modo più netto il permesso di soggiorno dal singolo contratto di lavoro, per ridurre il ricatto sull’impiego; d)Promuovere canali di ingresso legali per lavoro più flessibili e aderenti alla reale domanda del mercato; e) Investire in campagne di informazione e sensibilizzazione per i migranti, dentro e fuori i centri di accoglienza, sui loro diritti e sui rischi dello sfruttamento. La sfida è riconoscere che l’immigrazione non è primariamente un problema di ordine pubblico, ma una questione sociale ed economica complessa. Solo uscendo dalla logica dell’emergenza e guardando in faccia la realtà dello sfruttamento strutturale si potranno costruire politiche in grado di proteggere i diritti dei lavoratori e di indebolire, davvero, le organizzazioni criminali che di quel sistema si nutrono. E’ bene ricordare a tutti come ben evidenziato da un grande economista John Kenneth Galbraith scomparso nel 2006, Le migrazioni sono la più antica azione di contrasto alla povertà, selezionano coloro i quali desiderano maggiormente riscattarsi, sono utili per il Paese che le riceve, aiutano a rompere l’equilibrio di povertà nel Paese di origine: quale perversione dell’animo umano ci impedisce di riconoscere un beneficio tanto ovvio?
Paolo Iafrate



