Immigrazione, il freno al declino demografico che non basta più

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L’immigrazione continua a svolgere in Italia una funzione di argine alla crisi demografica, ma il suo effetto di compensazione si sta progressivamente indebolendo. È il messaggio centrale del Rapporto ONC-CNEL 2025 sull’immigrazione, presentato il 18 dicembre al CNEL e curato dalla Fondazione ISMU con il coordinamento del demografo Gian Carlo Blangiardo. Un’analisi ampia, basata su dati statistici e demografici, che fotografa un Paese sempre più anziano, meno numeroso e strutturalmente dipendente dai flussi migratori. Al 1° gennaio 2025 la popolazione residente in Italia è stimata in 58 milioni e 934 mila persone, 37 mila in meno rispetto all’anno precedente. Il saldo naturale resta fortemente negativo: nel 2024 si sono registrati 651 mila decessi contro appena 370 mila nascite, oltre 200 mila in meno rispetto al 2008. In questo quadro, la crescita della popolazione straniera ha finora attenuato il calo complessivo. Dal 2012 al 2024, mentre i cittadini italiani sono diminuiti di 2,27 milioni, gli stranieri residenti sono aumentati di oltre un milione, dimezzando la perdita totale. Ma la capacità “ammortizzatrice” dell’immigrazione non è più quella di un tempo. Se tra il 2012 e il 2019 l’aumento degli stranieri compensava circa il 60% delle perdite della popolazione italiana, nel quinquennio 2020-2024 la quota si è ridotta al 35%. Il rallentamento dei flussi, insieme alla persistenza di un saldo naturale fortemente negativo e all’emigrazione di cittadini italiani, mantiene il bilancio demografico in rosso. Anche ipotizzando un apporto netto di circa 200 mila immigrati all’anno – lo scenario mediano Istat – l’Italia perderebbe comunque quasi 6 milioni di residenti entro il 2055. Senza migrazioni, il crollo sarebbe più che doppio. Ebbene, il Rapporto sottolinea come la popolazione straniera rappresenti un vero e proprio “patrimonio demografico”. I 5,4 milioni di residenti stranieri stimati al 2025 concentrano infatti una quantità di vita futura molto più ampia rispetto alla popolazione italiana: mediamente hanno vissuto meno anni e ne hanno ancora da vivere di più. In termini statistici, il loro “futuro” complessivo vale 259 milioni di anni-vita, quasi 48 pro capite, contro i 38 anni di aspettativa residua media degli italiani. Questo si traduce in una maggiore permanenza nella fascia di età attiva e in un contributo potenziale decisivo al mercato del lavoro. Ma anche qui il Rapporto invita alla cautela. Per mantenere stabile l’attuale livello di popolazione nei prossimi trent’anni, l’Italia dovrebbe puntare su saldi migratori ben più elevati: circa 300 mila ingressi netti annui già dal 2025, fino ad arrivare a mezzo milione nel 2054. Una prospettiva che pone interrogativi enormi sulla capacità del Paese di governare flussi così consistenti e di garantire percorsi reali di integrazione. Le dinamiche migratorie, inoltre, non sono omogenee sul territorio. La presenza straniera si concentra soprattutto nel Nord e nel Centro, con la Lombardia che ospita quasi il 23% degli stranieri residenti in Italia. L’Emilia-Romagna è la regione con l’incidenza più alta sulla popolazione totale. Al Sud e nelle Isole, invece, le percentuali restano molto più basse. A livello provinciale, il Rapporto individua quattro grandi tipologie: il Mezzogiorno come porta d’ingresso, le province che “non trattengono”, le aree a scarso ricambio demografico e quelle di integrazione e attrattività, prevalentemente nel Nord, dove la presenza straniera tende a stabilizzarsi e a tradursi più spesso in acquisizioni di cittadinanza. Un segnale chiaro di integrazione è infatti l’aumento dei nuovi cittadini italiani. Gli ex stranieri residenti che hanno acquisito la cittadinanza sono oggi oltre due milioni; solo nell’ultimo decennio se ne contano più di 1,6 milioni. Dopo il rallentamento legato alla pandemia, dal 2022 le acquisizioni sono tornate stabilmente sopra quota 200 mila l’anno, coinvolgendo soprattutto minori e giovani delle seconde generazioni. Accanto alle collettività storiche – albanese, marocchina e romena – emergono nuovi protagonisti dall’America Latina e dall’Asia. Resta però aperta la questione sociale. Le famiglie con almeno uno straniero superano il 10% del totale e mostrano livelli di fragilità molto più elevati: la povertà assoluta colpisce oltre il 30% di esse, contro il 6% delle famiglie composte solo da italiani. Il disagio è ancora più marcato in presenza di minori. Anche sul fronte dell’istruzione e del lavoro persistono divari significativi, aggravati dalla difficoltà di riconoscere i titoli di studio e dall’ampia diffusione del lavoro irregolare, soprattutto nei servizi alla persona e nell’agricoltura.

Il Rapporto ONC-CNEL restituisce così un’immagine complessa: l’immigrazione è una risorsa indispensabile per rallentare il declino demografico e sostenere il sistema produttivo, ma da sola non può invertire la rotta. Senza politiche strutturali su natalità, lavoro, integrazione e valorizzazione del capitale umano, l’Italia rischia di trovarsi con meno abitanti, meno lavoratori e più disuguaglianze.

Paolo Iafrate

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