Il rebus Vannacci per Giorgia Meloni nella destra identitaria

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Giorgia Meloni pronta a tentare la riconferma e a cercare di ottenere una maggioranza necessaria per scegliere il (o la) prossimo/a presidente della Repubblica e portare a pieno compimento il progetto di trasformare l’Italia nel laboratorio della destra identitaria mondiale. Il tema centrale, quello dell’alleanza con il partito del generale Vannacci, ne sottende in realtà uno ancora più complesso: quello degli equilibri interni ai partiti che compongono la maggioranza di governo. In altre parole, non si può capire la partita Vannacci senza aver chiara la situazione di Lega e Forza Italia, nonché le ambizioni della stessa Giorgia Meloni e del suo cerchio magico. Ed è anche per questo che le reazioni al trial balloon di Cirielli, la mezza apertura a un Vannacci nella coalizione di governo, sono state così nette e decise.

Il no a Vannacci di Forza Italia
Antonio Tajani è considerato un leader precario, il suo operato da vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri è estremamente deficitario: tra gaffe e scelte sbagliate, l’accusa più frequente è quella di aver avuto atteggiamento piuttosto remissivo nei confronti di Meloni, al punto da aver subito lo spostamento a destra del governo a scapito delle istanze liberali e moderate.

Quello che è certo è che in questa situazione l’attuale leader forzista non può permettersi tentennamenti e sull’eventuale alleanza con Vannacci proprio non può cedere: non se ne parla, per ragioni politiche più che strategiche, ne va di quello che resta del “sogno liberale” di Silvio Berlusconi.

Salvini fa muro: mai più col generale
Per ragioni diverse e con premesse diverse, neanche la Lega, al momento, vuole saperne dell’alleanza con Futuro Nazionale. O meglio, questa è la linea di Salvini, uno dei grandi benefattori del generale Vannacci, avendogli pagato il taxi che lo ha portato a Bruxelles/Strasburgo e garantitogli ampi margini di manovra all’interno del partito. Il ministro dei Trasporti, al pari del suo omologo agli Esteri, deve fare i conti con la fronda interna (che potrebbe erodergli il fondamentale supporto degli amministratori locali al Nord), ma deve anche capire come frenare l’emorragia di consensi verso Futuro Nazionale.

La strategia di Giorgia Meloni
Ufficialmente la presidente del Consiglio non ha mai preso in considerazione l’idea di aprire a una convergenza con Futuro Nazionale. Le motivazioni sono principalmente di ordine politico (Vannacci “vota con la sinistra”, “attacca il governo”, ecc.) e di posizionamento strategico, ma tengono conto anche della grande incertezza del quadro complessivo. I flussi di consenso, in effetti, sono ancora in evoluzione e il “peso” di Vannacci cambierà in base a elementi che ancora non conosciamo con precisione, come la composizione del campo largo, lo “stato di salute” della maggioranza, i margini di manovra del governo (soprattutto se dovessimo uscire dalla procedura di infrazione Ue). Soprattutto, sarà decisiva la legge elettorale con cui si tornerà alle urne. Ed è su questo terreno che Meloni ha scelto di fare la propria mossa, concretizzando ciò che da settimane girava tra i corridoi di Palazzo come un semplice rumor. Ovvero, un sistema a doppio turno, con un ballottaggio tra coalizioni (a quanto pare ci si orienterà verso una soglia del 38/40%, dopo la quale scatterà il secondo turno). La tesi è che in questo modo si possa fare a meno dell’alleanza con Futuro Nazionale, con la certezza che, al secondo turno, pur di non far vincere il centrosinistra gli elettori del generale convergeranno su Meloni e i suoi. Una strategia ugualmente rischiosa, intendiamoci, considerando che Vannacci potrebbe godere dell’effetto “isolamento” e fare il pieno di consensi al primo turno. Ma che al momento è vista come il minore dei mali, anche perché toglierebbe all’opposizione un formidabile collante interno, quello dell’allarme democratico.

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