Un numero che suona come un’accusa: 250 milioni di ore ogni giorno. È il tempo che donne e bambine di tutto il mondo dedicano alla raccolta dell’acqua, sottraendolo all’istruzione, al lavoro retribuito, al riposo, alla vita sociale. Tre volte e mezzo il tempo impiegato da uomini e ragazzi. Un’espropriazione silenziosa che il Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche 2026, presentato ieri, ha messo nero su bianco. Il titolo è già un programma: Acqua per ogni persona: Pari diritti e opportunità. Ma la realtà raccontata dall’UNESCO per conto di UN-Water, è quella di un pianeta in cui l’accesso alla risorsa fondamentale è ancora pesantemente condizionato dal genere. I numeri parlano chiaro. Nel 2024, 2,1 miliardi di persone non avevano accesso ad acqua potabile gestita in sicurezza. 3,4 miliardi erano prive di servizi igienico-sanitari adeguati. E in sette famiglie su dieci, sono le donne e le adolescenti a farsi carico della raccolta, spesso percorrendo lunghe distanze a piedi, esponendosi a rischi fisici e violenze. «Quando si parla di acqua, le disuguaglianze di genere si riflettono sull’intera società», avverte il rapporto. Non solo perché il lavoro di cura non retribuito grava in modo sproporzionato sulle donne, ma perché queste restano escluse dai tavoli che contano. Meno del 30% delle posizioni tecniche e manageriali nel settore idrico a livello globale sono occupate da donne. Meno del 20% dei ruoli apicali nelle istituzioni pubbliche. Una «governance dell’acqua a egemonia maschile», la definisce il rapporto, che produce conseguenze concrete: progetti meno efficaci, meno sostenibili, meno attenti ai bisogni reali delle comunità. Il capitolo sugli insediamenti umani è uno dei più drammatici. La mancanza di acqua potabile e servizi igienici adeguati nelle scuole penalizza le ragazze, costrette a saltare le lezioni durante il ciclo mestruale. Nelle strutture sanitarie, dove le donne rappresentano il 70% del personale, condizioni igieniche precarie aumentano i rischi di infezioni. E la violenza di genere è spesso collegata all’insicurezza idrica: molestie durante il tragitto verso le fonti, fino al fenomeno estremo del «sesso in cambio di acqua» denunciato in alcuni paesi. «L’insicurezza idrica ha profonde implicazioni per la salute fisica e mentale», si legge nel rapporto. Lo stress da carenza idrica alimenta conflitti familiari, violenza domestica, depressione. E colpisce soprattutto chi già vive in condizioni di fragilità. Il rapporto dedica ampio spazio all’agricoltura, settore che assorbe il 72% dei prelievi idrici globali. Qui le donne agricoltrici – che rappresentano una fetta significativa della forza lavoro, soprattutto in Africa subsahariana e Asia meridionale – hanno meno accesso alla terra, all’irrigazione, al credito, alla tecnologia. Colmare il divario di produttività potrebbe aumentare il PIL globale di quasi 1.000 miliardi di dollari e togliere dall’insicurezza alimentare 45 milioni di persone. I cambiamenti climatici aggravano il quadro. Siccità, inondazioni, eventi estremi colpiscono in modo differenziato: nelle famiglie guidate da donne, un aumento di 1°C delle temperature riduce il reddito del 34% in più rispetto a quelle con capofamiglia uomo. «Le donne sono in prima linea nella crisi climatica, ma sono le ultime a essere ascoltate», è la sintesi amara del rapporto.Il rapporto non si limita a denunciare. Indica sei priorità: rafforzare le risposte legali contro la violenza di genere legata all’acqua; disaggregare i dati per sesso nelle statistiche idriche; migliorare i servizi igienici nelle scuole e nei luoghi di lavoro; promuovere la leadership femminile nella governance dell’acqua; investire in formazione e competenze tecniche per le donne; integrare la prospettiva di genere nei finanziamenti. «Quando le donne partecipano in modo effettivo – non puramente formale – diventano agenti attivi di un cambiamento orientato all’uguaglianza», conclude il rapporto. Ma il passaggio dalla teoria alla pratica richiede volontà politica e risorse. E il tempo, come dimostrano i numeri, è una variabile che le donne non hanno mai avuto.
Paolo Iafrate



