Il Pnrr ha riportato i ricercatori in Italia. Ora rischia di perderli di nuovo

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Per anni l’Italia ha rincorso un obiettivo diventato quasi simbolico: fermare la fuga dei cervelli. Poi è arrivato il Pnrr, con miliardi destinati a università, innovazione e ricerca. In pochi anni gli atenei hanno bandito nuovi contratti, aperto progetti, richiamato studiosi dall’estero. Molti ricercatori sono tornati convinti che qualcosa stesse finalmente cambiando.

Oggi, però, mentre i finanziamenti straordinari iniziano ad avvicinarsi alla scadenza, il sistema universitario si trova davanti a un nuovo rischio: aver costruito una generazione di ricercatori senza riuscire davvero a trattenerla.

Il tema è esploso nelle ultime settimane insieme all’allarme lanciato dal mondo accademico sul destino dei contratti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Secondo le stime riportate da diverse associazioni universitarie e rilanciate anche dalla stampa nazionale, tra il 2025 e il 2026 potrebbero scadere circa 35 mila contratti collegati al sistema della ricerca e dell’università.  

Dentro questi numeri ci sono assegnisti, ricercatori a tempo determinato, figure tecniche e personale impiegato nei grandi progetti finanziati dal Pnrr. Molti di loro hanno costruito la propria vita professionale su programmi nati come straordinari e temporanei, ma senza un corrispondente rafforzamento strutturale degli organici universitari.

Negli ultimi tre anni il Pnrr ha rappresentato una delle più grandi iniezioni di risorse mai arrivate nel sistema della ricerca italiana. Attraverso partenariati estesi, centri nazionali e progetti di innovazione, gli atenei hanno assunto migliaia di ricercatori, spesso altamente qualificati e con esperienze internazionali. Secondo il Rapporto ANVUR 2026, solo alcune delle principali misure Pnrr hanno portato all’attivazione di oltre 1.600 posizioni da ricercatore a tempo determinato. 

Il problema, però, è che gran parte di queste posizioni nasceva con una data di scadenza già incorporata. E ora che i fondi europei iniziano a esaurirsi, molti atenei non hanno la capacità economica di trasformare quei contratti in posti stabili.

A marzo il Ministero dell’Università e della Ricerca ha annunciato un piano straordinario da 60,7 milioni di euro annui per sostenere l’assunzione di circa 2.000 ricercatori nelle università italiane. Un tentativo di evitare che la fine del Pnrr si trasformi in una nuova emorragia di competenze.

Ma il divario tra i numeri resta evidente. Le stabilizzazioni previste coprono soltanto una parte dei contratti in uscita e molti rettori continuano a segnalare la difficoltà di sostenere nuovi percorsi tenure track senza finanziamenti permanenti.

È qui che emerge il grande paradosso del sistema italiano: negli ultimi anni lo Stato ha investito enormi risorse per formare ricercatori, favorire il rientro dall’estero e costruire reti scientifiche internazionali, ma rischia ora di disperdere proprio quel capitale umano che aveva cercato di recuperare.

Il caso del geologo Riccardo Asti, raccontato nei giorni scorsi da “Repubblica”, è diventato emblematico. Dopo anni di ricerca in Francia, era rientrato in Italia grazie a un contratto finanziato dal Pnrr all’Università di Bologna. Oggi, terminato il progetto, si ritrova di nuovo in una condizione di precarietà e valuta un nuovo trasferimento all’estero.  

Ma la questione va ben oltre le singole storie personali. Riguarda il modello stesso di sviluppo della ricerca italiana.

Negli ultimi anni il sistema universitario ha aumentato produzione scientifica, partecipazione ai bandi europei e capacità di attrarre finanziamenti. Tuttavia continua a poggiarsi su un equilibrio fragile, dove una parte significativa della ricerca viene sostenuta da personale precario, spesso costretto a rinnovare contratti annuali o a spostarsi continuamente tra città e Paesi diversi.

Il rischio, secondo molte associazioni del settore, è che il post Pnrr produca una nuova generazione di “ricercatori sospesi”: professionisti altamente qualificati, spesso quarantenni, con curriculum internazionali e competenze avanzate, ma ancora senza una prospettiva stabile dentro l’università italiana.

E mentre altri Paesi europei rafforzano i percorsi permanenti di reclutamento scientifico, l’Italia continua a oscillare tra investimenti straordinari e mancanza di continuità.

Perché il vero problema non è soltanto finanziare la ricerca. È decidere se considerarla davvero una struttura permanente del Paese oppure un progetto destinato a scadere insieme ai fondi che lo sostengono.

Valentina Alvaro

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