Il XV Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, curato dalla Fondazione Leone Moressa e presentato il 20 ottobre al Cnel e alla Camera dei Deputati, parte proprio dai cambiamenti intervenuti all’interno della popolazione immigrata e analizza il contributo dell’immigrazione in termini economici e fiscali. Gli occupati stranieri in Italia sono 2,5 milioni (10,5 per cento del totale), 3,7 milioni se consideriamo i nati all’estero (15,2 per cento). L’occupazione straniera si distingue nettamente da quella autoctona per la maggiore concentrazione in mansioni a bassa qualificazione, con una rilevante presenza in professioni meno specializzate e spesso caratterizzate da un elevato livello di precarietà. Se, infatti, il 39,6 per cento degli occupati italiani è impiegato in professioni qualificate o tecniche, in questa categoria solo il 9,1 per cento degli occupati sono stranieri. Al contrario, i lavoratori stranieri sono principalmente impiegati tra operai e artigiani (31,7 per cento) e nelle professioni meno qualificate (29,4 per cento). La distribuzione del lavoro evidenzia quindi una segmentazione marcata del mercato occupazionale: su 100 addetti a professioni poco qualificate, ben 30 sono stranieri, mentre nel caso delle professioni più qualificate, la presenza straniera è estremamente ridotta, con soli 2,6 lavoratori stranieri su 100. Il fenomeno suggerisce che, per il momento, l’occupazione straniera svolga una funzione complementare rispetto a quella italiana, occupando spazi nel mercato del lavoro che non vengono completamente colmati dalla forza lavoro locale. Nonostante nel mercato del lavoro si riscontri ancora una forte “rigidità” in termini di settori e mansioni, agli occupati stranieri si può attribuire la produzione di valore aggiunto pari a 177 miliardi di euro, con un’incidenza pari al 9 per cento del totale. La distribuzione settoriale del valore aggiunto prodotto dai lavoratori stranieri indica una forte concentrazione nel comparto dei servizi, nel quale trova occupazione più di un milione di stranieri. Tuttavia, un’analisi dettagliata dell’incidenza relativa nei diversi settori economici mostra come la presenza degli stranieri risulta più rilevante in alcune aree specifiche dell’economia nazionale. L’agricoltura registra la quota più elevata, con circa il 18 per cento del valore aggiunto del settore attribuibile alla forza lavoro straniera. Seguono l’edilizia, con un’incidenza pari al 16,4 per cento, e il comparto degli alberghi e della ristorazione, dove i lavoratori immigrati contribuiscono per circa il 12,5 per cento del valore aggiunto totale. Questi dati suggeriscono come l’economia italiana si avvalga in modo sostanziale del contributo dei migranti in settori caratterizzati da una domanda strutturale di manodopera, spesso in condizioni di elevata precarietà e bassa qualificazione. Dal punto di vista fiscale, la struttura demografica degli stranieri in Italia (età media 36,1 anni, contro 47,1 degli italiani) fa sì che incidano molto poco sulla spesa pubblica. E se si confrontano le voci di entrata e uscita per l’anno d’imposta 2023, il saldo tra costi e benefici dell’immigrazione è positivo per le casse dello stato per un valore di +1,2 miliardi di euro. Se infatti l’incidenza è significativa sulla spesa per istruzione (gli alunni stranieri sono più dell’11 per cento del totale) e su alcune voci di welfare assistenziale (supera il 17 per cento quella per famiglia e figli, disoccupazione, malattia), l’immigrazione incide complessivamente appena il 3,5 per cento sulla spesa pubblica italiana. Nelle due voci di spesa pubblica più consistenti, sanità e pensioni, l’incidenza della popolazione immigrata è molto bassa: meno del 5 per cento sulla sanità e addirittura meno dell’1 per cento sulle pensioni. Le entrate “coprono” dunque le uscite, ma è evidente che il contributo potenziale sia ancora inespresso. Infatti, l’Irpef versata dagli immigrati è appena il 2,3 per cento del totale, proprio a causa della segmentazione del mercato del lavoro. La concentrazione nelle fasce di reddito più basse incide poi anche sulla propensione al consumo e quindi sulle imposte che vi sono legate. Il gettito Iva “generato” dagli immigrati è infatti appena il 3 per cento del totale, e risultano limitate anche le imposte relative a casa e automobili.
Le disparità sono ancora molto forti, ma il progressivo aumento del cosiddetto “ceto medio” immigrato è auspicabile sia dal punto di vista dell’inclusione e del benessere delle famiglie straniere, sia in una prospettiva di sviluppo complessivo del paese. In definitiva, le analisi del Rapporto annuale sul tema dimostrano che l’immigrazione, a patto che sia gestita e regolata, offre un contributo positivo a livello demografico, economico e fiscale. Non può certamente essere l’unica risposta alla recessione demografica, ma quantomeno contribuisce ad arginarla. Tuttavia, il potenziale dell’immigrazione in Italia è ancora largamente inespresso, limitato da una scarsa mobilità sociale e da una generalizzata difficoltà a riconoscere talenti e competenze. Una più ampia valorizzazione, invece, porterebbe un maggiore contributo al Pil, consumi più alti e più entrate per le casse dello stato.
Paolo Iafrate



