Guterres: «Il potere non è così super. Il mondo non sia una Grande Frattura»

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Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nel suo ultimo discorso all’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) conclusasi lunedì 28 settembre 2026 prima della fine del mandato, ha avvertito che il futuro del mondo sarà plasmato da quattro prove — pace, disuguaglianza, clima e intelligenza artificiale. «Il diritto prevalga sulla forza. Non mi arrenderò mai»Le linee di faglia del nostro mondo si stanno allargando. Le crepe sono diventate canyon». A cento giorni dalla fine del mandato, António Guterres consegna all’Assemblea generale delle Nazioni Unite non un bilancio, ma un monito. Il segretario generale dell’Onu guarda il mondo e lo descrive come un sistema attraversato da guerre, disuguaglianze, crisi climatica e corsa tecnologica. E avverte: «Queste non sono crisi separate. Sono capitoli della stessa storia. La storia del potere: chi ce l’ha, chi ne è privato, come viene usato e come sta cambiando». Il potere, dice Guterres, si sta ridisegnando in tre modi. Primo: tra gli Stati, con nuovi centri di influenza economica, politica e tecnologica. Secondo: dalle governi a «una manciata di corporation private e individui», il cui raggio d’azione attraversa politica, economie, flussi informativi e spazio civico. Terzo: dagli esseri umani alle macchine, con «agenti di intelligenza artificiale che sfuggono al controllo» e armi letali autonome passate dalla fantascienza alla realtà militare. Il mondo multipolare è «irreversibile», dice. Ma può prendere due strade. Una è quella della «frammentazione e del transazionalismo»: tensioni, sfiducia, mercati fratturati, istituzioni indebolite, cooperazione ridotta, calcoli a somma zero. «Sotto molti aspetti è la traiettoria che stiamo seguendo oggi». L’altra è la «multipolarità a rete»: un mondo fondato sull’interdipendenza, con più centri di potere che convivono dentro un quadro comune di diritto internazionale e regole condivise. Serve, spiega, per evitare la «Grande Frattura», la divisione del mondo in due blocchi rivali con sistemi economici, tecnologici e di sicurezza separati. Guterres non risparmia i superpoteri: «Devono riconoscere che il loro potere non è poi così super. Che ha dei limiti». La forza militare da sola non assicura la pace, il potere economico non comanda la stabilità, quello tecnologico non garantisce la sicurezza. Da qui la richiesta di un sistema multilaterale centrato sull’Onu, con istituzioni forti e rappresentative. E un passaggio netto: «Un Consiglio di sicurezza del XXI secolo senza seggi permanenti per l’Africa è ingiusto e indifendibile. Questo deve cambiare». Poi le quattro «prove di potere». La prima è pace e sicurezza. Il Medio Oriente, Gaza, l’Ucraina, il Sudan, il Myanmar. «Basta così», dice. «I combattimenti devono fermarsi. L’aiuto umanitario deve fluire. I diritti e le libertà di navigazione devono essere pienamente ripristinati». Su Gaza ricorda che la Corte internazionale di giustizia ha emesso misure provvisorie legalmente vincolanti nel caso sul genocidio e che tutte le parti devono rispettare il diritto internazionale. Denuncia violenze, sfollamenti e espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che «spianano la strada alla pace e alimentano lo spettro della pulizia etnica». «Non possiamo permettere che la soluzione dei due Stati scompaia davanti ai nostri occhi». Sul conflitto russo – ucraino parla di violazione della Carta». In Sudan una guerra per il potere grezzo «alimentata da attori esterni» è diventata una guerra contro i civili. In Myanmar un’altra crisi rischia di scivolare via dall’attenzione globale. La prova, dice, è se il potere sarà esercitato con la legge o oltre la legge. La seconda prova è la disuguaglianza. «Spesso viene presentata come un problema economico. È un problema di potere». Potere sull’opportunità, sulle risorse, sulla voce. Milioni di persone sono schiacciate da debiti insostenibili, colpite da disastri che non hanno causato e escluse dalla finanza accessibile. Da qui la spinta per riformare l’architettura finanziaria internazionale, alleggerire il debito, rafforzare le banche di sviluppo, usare meglio i Diritti speciali di prelievo. E poi la disuguaglianza di genere: diritti delle donne «riscritti all’indietro», corpi trasformati in campi di battaglia. Guterres annuncia con orgoglio che l’Onu ha raggiunto per la prima volta la parità di genere in tutta la leadership senior, nelle sedi e tra il personale professionista. «L’uguaglianza non è un sogno. È una decisione». La terza prova è il clima. «La più profonda delle disuguaglianze intergenerazionali: una generazione consuma il futuro della successiva». Avverte che il limite di 1,5 gradi è quasi certo superato e che un El Niño «super» sta arrivando. Ma vede anche una speranza: l’ascesa dell’energia pulita. «Il sole non appartiene a nessuno. Il vento non può essere embargato». Chiede piani nazionali per uscire dai combustibili fossili, con tempi chiari e protezione per lavoratori e comunità. Attacca Big Oil:dal conflitto russo-ucraino, cinque grandi compagnie petrolifere occidentali hanno incassato quasi 500 miliardi di dollari, mentre la finanza pubblica internazionale per l’adattamento dei Paesi in via di sviluppo è stata di appena 34 miliardi. «Chi ha inquinato di più e guadagnato di più deve fare molto di più.». La quarta prova è la tecnologia, soprattutto l’intelligenza artificiale. «Il pericolo non è la tecnologia. Il pericolo è la tecnologia senza responsabilità: capacità senza supervisione, decisioni senza trasparenza». I governi con maggiori capacità di IA hanno «le maggiori responsabilità verso l’umanità». Serve un quadro multilaterale di gestione dei rischi, con supervisione indipendente. E due principi non negoziabili: «I bambini non devono mai diventare cavie di sistemi non regolati» e «le decisioni di vita o di morte non devono mai essere consegnate alle macchine. I killer robot non devono avere posto nel nostro futuro». Alla fine, Guterres tiene insieme tutto: pace, disuguaglianza, clima, IA. «La questione decisiva è il potere». La Carta dell’Onu «non lascia spazio a letture selettive». Pace, sviluppo e diritti umani non sono agende concorrenti: «Non c’è pace senza sviluppo. Non c’è sviluppo senza pace. E non c’è pace o sviluppo senza diritti umani». Il mondo non ha bisogno di un’Onu più debole, dice, ma di un’Onu «abbastanza forte da affrontare il mondo così com’è». Nei cento giorni che gli restano, promette, continuerà a battersi. «Dovunque sarò, qualunque cosa farò, continuerò a difendere la convinzione che la pace è possibile. Che la dignità umana è universale. Che il potere del diritto deve prevalere sul diritto del potere. E che il nostro futuro comune vale la pena di essere difeso». Parole di congedo, ma anche di battaglia.

Paolo Iafrate

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