L’attacco iraniano contro obiettivi regionali ha riportato il continente davanti alla sua fragilità strategica.L’Europa osserva, commenta, convoca riunioni d’emergenza, ma resta prigioniera di una postura che evita il conflitto senza però prevenirlo.La sua incapacità di deterrenza non è un incidente: è il risultato di decenni di delega della sicurezza agli Stati Uniti, di divisioni interne e di un’idea di ordine internazionale che non regge più di fronte a potenze che considerano la forza un linguaggio legittimo.La crisi iraniana mostra un’asimmetria evidente.Teheran agisce secondo una logica di potenza regionale, calibrando l’uso della forza per ottenere vantaggi negoziali e consolidare la propria rete di alleati.L’Europa risponde con dichiarazioni, appelli alla moderazione, richiami al diritto internazionale, strumenti che non incidono sul calcolo strategico dell’avversario.La distanza tra chi usa la forza e chi la teme è diventata strutturale.Il problema non è solo militare.È politico.L’Unione non ha una politica estera unitaria, non ha una catena di comando credibile, non ha un’idea condivisa di quali siano i suoi interessi vitali.Di fronte a un’escalation in Medio Oriente, i governi europei oscillano tra prudenza, timore di ritorsioni, dipendenza energetica e la speranza che Washington continui a garantire la sicurezza del continente.Questa combinazione paralizza ogni iniziativa autonoma.La guerra in Ucraina avrebbe dovuto segnare una svolta, ma la reazione europea è rimasta incompleta.L’aumento della spesa militare procede lentamente, la produzione di armamenti non è sufficiente, la volontà politica di assumersi rischi resta limitata.La crisi con l’Iran dimostra che l’Europa non è pronta a gestire un mondo in cui la forza è tornata a essere uno strumento ordinario di politica estera.Il risultato è una perdita di credibilità.Se l’Europa non è in grado di proteggere i propri interessi, non può pretendere di influenzare gli attori che li minacciano.La deterrenza non si costruisce con le dichiarazioni, ma con la capacità di far capire all’avversario che il costo dell’aggressione sarà superiore al beneficio.Oggi questo messaggio non arriva.Il rischio è che il continente scivoli in una marginalità strategica irreversibile.Mentre Iran, Russia, Turchia e le monarchie del Golfo ridisegnano gli equilibri regionali con la forza, l’Europa resta spettatrice, convinta che la diplomazia possa funzionare anche quando l’interlocutore non la considera più uno strumento utile.La domanda che la crisi iraniana impone è semplice: l’Europa vuole essere un attore o un territorio?Perché finché non risponderà, continuerà a subire le decisioni altrui senza avere la capacità di influenzarle.
Guerra Iran, l’Europa non sa opporsi all’uso della forza
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