Fidanza traccia una radiografia impietosa della sinistra: dalla fine dell’era Sánchez alle spaccature interne del Pd, fino alla mutazione silenziosa dei socialisti del Nord Europa.
«Pedro Sánchez è alla frutta. Guida un governo assediato da scandali di ogni tipo – corruzione, prostituzione – e tiene in piedi la maggioranza solo grazie al sostegno di un’estrema sinistra radicale, antimilitarista e anti-occidentale. Da qui nasce la sua retorica “dura” durante l’ultimo vertice Nato: una mossa obbligata per rassicurare i suoi alleati interni. Ma è solo propaganda. Alla fine, Sánchez ha firmato gli stessi impegni di Giorgia Meloni e degli altri 32 leader. Quindi, tanta scena e poca sostanza».
«Elly Schlein è la prima. Surreale. Lei e il Pd lo citano come esempio virtuoso mentre guida un governo fallimentare, pronto a cadere. Il fatto è che in politica estera e di difesa, i dem nostrani non hanno uno straccio di proposta. Dicono no a Meloni, ma non dicono mai cosa farebbero al suo posto. Sulla difesa comune europea, per esempio, si contraddicono continuamente: da un lato vogliono un’Europa che si doti di strumenti militari, dall’altro elogiano l’ignavo Sánchez».
«Sánchez è diventato un feticcio per la sinistra italiana, ma è un alleato impresentabile. E la spaccatura è evidente anche dentro al gruppo dei socialisti europei: la componente spagnola è forte, ma coesiste con l’ala nordica – penso a leader come la danese Mette Frederiksen – molto più pragmatica. È stata proprio Frederiksen a pronunciare in plenaria parole che avrebbero potuto essere scritte da Giorgia Meloni sulla stretta all’immigrazione incontrollata».
«Persino i socialisti, quando si avvicinano al potere o vogliono conservarlo, si accorgono che l’elettorato si è spostato a destra e che devono accontentarlo. Allora correggono la rotta e diventano realisti. Lo ha fatto Starmer, lo ha fatto Scholz quando era ancora in sella, lo ha fatto Frederiksen. Anche Malta – socialista, ma durissima sui migranti – ha sempre negato l’attracco delle navi e ha scaricato tutto sull’Italia».
«Macron era anche lui l’idolo della sinistra europea. Ora è costretto a frenare: ha fatto marcia indietro sull’accordo di Parigi e sul regolamento “Green Claims”. Perché? Perché ha capito che imporre nuove tasse e vincoli sulle emissioni – come il folle obiettivo del -90% al 2040 – significa colpire famiglie e imprese. E se la Francia si unisce a noi per rivedere quei target ideologici, per l’Italia è una vittoria sia simbolica che politica. È il fronte del buon senso che si allarga».
«I malumori ci sono e si vedono. Il Pd al Parlamento europeo è diviso in almeno due – se non tre – correnti. Sui temi della difesa, del rapporto con le imprese, della transizione ecologica, si nota una frattura tra l’ala più vecchia scuola, radicata nei territori, e quella legata alla segreteria Schlein, fortemente ideologica e filo-spagnola. È un partito europeo spaccato come nessun altro. Basta vedere i voti in aula: il Pd si divide sistematicamente.
«Il Ppe, se vuole correggere le derive ideologiche della scorsa legislatura, è costretto a guardare verso destra. Questo mette in crisi l’asse di potere che aveva portato all’elezione e alla riconferma di Ursula von der Leyen. L’attuale confusione della sinistra nasce da qui: crisi di leadership, crisi d’identità, crisi di numeri. E rispondono con retorica, ma restano sempre più isolati».
«Succede che, mentre loro gridano allo scandalo, noi votiamo col centrodestra e vinciamo. È accaduto sulla legge sul clima, sulla deforestazione, sulla risoluzione sui crimini del comunismo. La sinistra si è persino ritirata dal negoziato su quella risoluzione. Risultato: approvata a maggioranza, senza di loro. Ecco la verità: mentre urlano contro i “sovranisti”, restano ai margini e vengono battuti sui fatti».



