Non siamo dentro un ristorante. Siamo in una piccola isola.
Pierluigi Vozzi lo dice senza enfasi, quasi come fosse una cosa ovvia. E invece è esattamente la chiave per leggere Fauro 1937, ai Parioli: un luogo che non prova a imitare il mare, ma ne ricostruisce la sensazione.
Il progetto, nella sua forma attuale, è recente. “Dal 6 gennaio”, precisa. Ma nasce da un percorso tutt’altro che lineare. Vozzi, classe 1977, racconta di essere arrivato alla ristorazione “tardi, ed è stata una fortuna”. Prima, studi in legge — “ero pure in corso, la media era alta” — poi una lunga parentesi altrove: eventi, intrattenimento, perfino agenzie di scommesse sportive. “Tutto quello che non aveva a che fare con i vizi”, dice ridendo. Eppure, in filigrana, quel desiderio c’era già: “A fine anni ’90 volevamo aprire un locale a Trastevere con due amici. Non se ne fece niente, ma sono l’unico che si è portato dietro quel sogno”.
Fauro, oggi, è il risultato di un incastro che lui stesso racconta con ironia come un “triumvirato”, sperando — scherza — in un epilogo migliore rispetto a quello dell’antica Roma. Accanto a lui ci sono lo chef Andrea Misseri e Luca De Leo. Il primo è la guida della cucina, con un percorso internazionale e un’identità che va oltre i fornelli: è anche dj, conosciuto come Andy Shakty e autore del libro “Rock the Kitchen – il gourmet della cucina underground”. Il secondo, De Leo, è l’anima della sala: “è nato nei locali”, dice Vozzi, “dal Piper a Cala Galera, lo conoscono tutti”.
È proprio dall’incontro tra queste tre visioni che prende forma il progetto. “Con Luca ci siamo parlati a dicembre, le nostre idee matchavano. Poi mi fa: ‘Ma tu lo conosci Misseri?’ Io sì, ma di notte, per la musica, non ho mai parlato con lui di cucina”. Il momento giusto, però, era quello. “Era il nostro buon momento”. E così è nata la collaborazione.
Entrando da Fauro, quello che si percepisce non è tanto un concept, quanto un’atmosfera. Una bolla costruita attorno a un’idea precisa: il mare come stato mentale. “Per noi è prima di tutto una cosa che devi sentire dentro. La cucina, i vini, gli arredi… sono tutte conseguenze”.
Vozzi lo lega a un vissuto personale: Santa Severa, gli inverni sul litorale, poi la vela. “Mi rigenera. Io mi sento bene nell’acqua. E da lì viene tutto: inizi a cucinare pesce, a cercare vini di costa… è una sequenza naturale”.
La serata stampa di mercoledì 29 aprile segue questa stessa logica, senza rigidità. I piatti arrivano come tappe di un racconto più che come esercizi di stile: tacos con guacamole e tartare di gamberetti rosa, poi una panzanella romana con tonno scottato e riduzione di mosto cotto. Roma c’è, ma è già in dialogo con altro.

In sala, Luca De Leo tiene il ritmo con naturalezza, senza mai imporsi. Si muove tra i tavoli con quella sicurezza di chi conosce perfettamente i tempi, mentre la cucina di Andrea Misseri costruisce un percorso coerente e mai didascalico.
Il punto di sintesi arriva con il calamaro grigliato con concia di zucchine romanesche, hummus di ceci e pomodorini semi dry. “Questo è il piatto che ci rappresenta”, spiega Vozzi. E il motivo è quasi storico prima che gastronomico: “Roma è sempre stata una capitale del Mediterraneo. Era il nostro ‘laghetto di casa’. Quindi la cucina romana, soprattutto di pesce, non può essere solo locale: è fatta di tutto quello che arriva dalle coste che si affacciano su quel mare”.

Un ragionamento che va oltre la cucina e tocca la storia, le contaminazioni, perfino la tradizione giudaico-romanesca del ghetto, che nel piatto si traduce in un equilibrio naturale tra elementi diversi: la zucchina romana, l’hummus, il calamaro.
Il viaggio continua con i fiori di zucca in tempura ripieni di baccalà mantecato, poi con il polpo alla ibizenca, leggermente affumicato, che porta altrove senza forzare. Le busiate al pesto siciliano con scampetti e calamari riportano tutto su una linea mediterranea piena e riconoscibile.

Ad accompagnare il percorso, i vini della Cantina Casale del Giglio — Viogner, Petit Manseng, Anthium Bellone e Biancolella Faro della Guardia — scelti seguendo una coerenza precisa: solo territori di isole e coste, in linea con l’identità del locale. Sul finale, con discrezione, Massimiliano Marcuccio accenna alla storia della cantina, soffermandosi sul Biancolella, prodotto in quantità limitatissime sull’isola di Ponza e proprio per questo particolarmente prezioso.

Il resto accade quasi da sé: i tavoli si animano, le conversazioni si intrecciano, il tempo rallenta quel tanto che basta. “Chi viene qui dovrebbe dimenticarsi di stare in città”, dice Vozzi.
Non è una promessa, ma un’intenzione. E forse è proprio questo che rende Fauro 1937 interessante, non la ricerca dell’effetto, ma la costruzione di una sensazione.
Fuori, Roma è sempre la stessa. Ma per qualche ora resta sullo sfondo. E non è poco!
Trattoria Fauro 1937
Via Ruggero Fauro 42, 00197 Roma
0669324156
@fauro1937
Loredana Margheriti



