Draghi alla Sapienza di Roma ieri

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Le parole pronunciate da Mario Draghi alla Sapienza segnano un punto di svolta nel modo in cui leggere l’economia globale contemporanea.”Fine delle regole globali, il commercio è ormai guidato dalla geopolitica”:non è soltanto una constatazione,ma una diagnosi che chiude una stagione durata decenni.La lunga fase della globalizzazione regolata,basata su istituzioni multilaterali e su una progressiva integrazione dei mercati,mostra oggi crepe profonde,accelerate da crisi successive—finanziarie,sanitarie,energetiche e militari—che ne hanno eroso presupposti e fiducia.
Il commercio internazionale,un tempo considerato terreno neutrale e tecnocratico,è divenuto strumento esplicito di potere.Le catene del valore si accorciano o si riorientano secondo linee di sicurezza strategica più che di efficienza economica.Le sanzioni,le restrizioni tecnologiche,le politiche industriali selettive non sono più eccezioni,ma elementi strutturali di un nuovo equilibrio instabile.In questo contesto,la competizione tra grandi blocchi ridefinisce le priorità:resilienza al posto di ottimizzazione,sovranità al posto di interdipendenza.
Da qui la seconda affermazione chiave:lo Stato torna attore fondamentale.Non si tratta di un semplice ritorno al passato,ma di una trasformazione del ruolo pubblico.Lo Stato non è più soltanto regolatore o garante delle condizioni di mercato,ma diventa promotore diretto di strategie industriali,investitore,coordinatore di filiere critiche e,sempre più spesso,arbitro nella selezione delle tecnologie ritenute decisive.
Questa evoluzione comporta implicazioni rilevanti.Per le imprese,significa operare in un ambiente meno prevedibile,dove le decisioni politiche incidono direttamente su costi,mercati e approvvigionamenti.Per i cittadini,implica un ripensamento del rapporto tra economia e democrazia,poiché l’intervento pubblico richiede legittimazione,trasparenza e capacità amministrativa.Per l’Europa,in particolare,la sfida è duplice:evitare frammentazioni interne e costruire una risposta comune capace di competere con modelli statuali più centralizzati.
L’analisi di Draghi,asciutta ma netta,non indulge in nostalgie per l’ordine passato,né propone soluzioni semplici.Indica piuttosto una traiettoria:accettare che il paradigma è cambiato e che le regole del gioco sono ormai dettate da una interazione costante tra economia e potere politico.In questo scenario,la questione non è se lo Stato debba intervenire,ma come farlo in modo efficace,senza soffocare l’innovazione e mantenendo aperti,per quanto possibile,gli spazi di cooperazione internazionale.
Se la globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è davvero al tramonto,la fase che si apre richiede strumenti nuovi e una visione più realistica delle dinamiche globali.Il rischio non è soltanto la frammentazione dei mercati,ma la perdita di un quadro condiviso di regole.La sfida,allora,è costruire un equilibrio diverso,in cui la forza della politica non annulli quella dell’economia,ma la orienti verso una stabilità più consapevole e,forse,meno ingenua.

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