Da malato a scienziato, quando la ricerca prova ad arrivare prima della malattia. La storia di Carmelo Gurnari

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Prima di diventare il campo in cui avrebbe scelto di lavorare, la medicina per Carmelo
Gurnari è stata il luogo in cui ha dovuto imparare a restare. A diciannove anni immagina
per sé un’altra traiettoria: un percorso umanistico, un’idea di conoscenza che appartiene
ancora al pensiero, non al corpo. Poi il corpo interrompe tutto. Arriva il linfoma di Hodgkin,
arrivano le cure, l’incertezza, il tempo che smette di essere progetto e diventa attesa di
risposte.
A Pavia, dove viene seguito al Policlinico San Matteo dal professor Franco Locatelli, la
malattia non gli impone soltanto una prova clinica. Gli impone un linguaggio nuovo. Nomi,
processi, esami, possibilità terapeutiche: ciò che fino a poco prima era estraneo diventa
improvvisamente necessario. È lì che comincia il passaggio più radicale. Non una
conversione improvvisa, non una vocazione romanzesca, ma il bisogno concreto di capire.
Di non attraversare il proprio corpo come un enigma indecifrabile.
Quando si iscrive al test di Medicina e lo supera, il gesto non ha ancora nulla di
celebrativo. È, prima di tutto, una forma di resistenza mentale. Il primo anno universitario
coincide con il primo anno della malattia. Studia durante le terapie, affronta la radioterapia,
arriva all’autotrapianto di midollo. In quei mesi la medicina non è ancora una professione:
è il tentativo di dare struttura a ciò che altrimenti resterebbe soltanto paura.
Locatelli, in questo percorso, non è soltanto il medico che lo segue nella fase più difficile.
È anche la figura che orienta il suo sguardo e accompagna la trasformazione di
quell’urgenza personale in disciplina. Prima riferimento clinico, poi maestro, infine guida
professionale: nella traiettoria di Gurnari questo rapporto conta perché la medicina che
verrà non nasce da un’idea astratta, ma da un incontro concreto fra esperienza, studio e
rigore.
Il resto arriva dopo, ma arriva con coerenza. Nel 2015 si laurea in Medicina e Chirurgia
all’Università di Pavia con una tesi in Ematologia e oncologia pediatrica. Prosegue la
formazione clinica e scientifica tra il Bambino Gesù e l’Università di Roma Tor Vergata,
dove completa la specializzazione in Ematologia e il dottorato in Immunologia, Medicina
molecolare e Biotecnologie applicate. A questa traiettoria affianca una collaborazione con
la Cleveland Clinic, concentrata soprattutto sulla genomica delle insufficienze midollari e
delle neoplasie mieloidi. Il suo lavoro si colloca nell’area dell’Ematologia di Tor Vergata.
Ma la biografia, da sola, non spiega ancora il nucleo del suo profilo scientifico. Il punto non
è soltanto aver conosciuto la malattia. Il punto è averne trattenuto una domanda: si può
capire prima? Si può riconoscere il momento in cui una cellula comincia a cambiare
strada, quando la malattia non è ancora pienamente visibile ma ha già iniziato a
prepararsi?
È su questa soglia che si colloca la ricerca di Carmelo Gurnari. Il suo lavoro riguarda
soprattutto le neoplasie mieloidi e le condizioni che possono precederle. In termini
semplici, prova a leggere nel DNA e nell’evoluzione dei cloni cellulari i segnali che
distinguono un’alterazione destinata a restare silenziosa da una che può trasformarsi in
leucemia. È un terreno in cui il tempo conta quanto la diagnosi, perché la questione non è
soltanto riconoscere la malattia quando si manifesta, ma comprendere come si prepara.

In questo campo rientra anche lo studio delle forme ereditarie, in particolare quelle legate
a DDX41, un gene riconosciuto tra le predisposizioni germinali più rilevanti nelle neoplasie
mieloidi dell’adulto. Nel 2026 Gurnari ha coordinato uno studio multicentrico pubblicato su
Leukemia che mostra come queste malattie non si lascino interpretare adeguatamente
con i modelli prognostici generali e richiedano strumenti specifici, costruiti sulla loro
biologia. È un passaggio importante, perché significa riconoscere che una malattia
biologicamente distinta non può essere letta con categorie troppo larghe.
Accanto a questo filone c’è la sindrome VEXAS, una malattia rara in cui una mutazione
acquisita del gene UBA1 collega infiammazione sistemica e alterazioni ematologiche.
Anche qui Gurnari si muove in una zona di frontiera, dove ematologia, genetica e clinica si
intrecciano e costringono la medicina a superare classificazioni troppo rigide. In questo
ambito partecipa al protocollo PAXIS, studio randomizzato di fase 2 che valuta pacritinib in
pazienti con VEXAS.
La linea forse più complessa del suo lavoro riguarda però le neoplasie ematologiche
derivate dalle cellule del donatore, una delle complicanze più rare e difficili della medicina
dei trapianti. Dopo un trapianto allogenico, il sistema emopoietico del paziente viene
ricostruito a partire dalle cellule staminali donate. In casi eccezionali, proprio da quelle
cellule può svilupparsi una nuova neoplasia. Non si tratta della ricaduta del tumore
originario, ma di una malattia nuova, geneticamente distinta, che nasce nel sistema del
donatore. Il documento elaborato con l’EBMT, pubblicato nel 2026, affronta esattamente
questo scenario, provando a mettere ordine in un terreno complesso: definizioni
diagnostiche, criteri di prevenzione, opzioni terapeutiche e implicazioni genetiche anche
per chi ha donato.
Si tratta di una materia altamente specialistica, ma il suo significato si può dire con
chiarezza. La medicina contemporanea non si limita più a riconoscere la malattia quando
compare. Cerca di intercettarne la preparazione. Cerca di leggere ciò che viene prima: la
predisposizione, la mutazione, l’espansione clonale, il momento in cui il rischio smette di
essere teorico e comincia a diventare biologicamente concreto.
È qui che il percorso personale e il lavoro scientifico si toccano senza mai confondersi. La
sua non è la storia, pur suggestiva, del paziente che diventa medico. È qualcosa di più
preciso e più serio: la storia di uno scienziato che ha fatto della domanda sul tempo della
malattia il centro del proprio lavoro. Capire prima, riconoscere prima, distinguere prima.
Cercare il punto in cui ciò che sembra ancora invisibile comincia già a chiedere di essere letto.

Valentina Alvaro

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