Il nervosismo di Giuseppe Conte è palese e non stupisce che sia passato dall’attacco multiplo a Fratelli d’Italia e a Meloni e alla minaccia di querele ai quotidiani che hanno riportato le testimonianze degli auditi in commissione Covid. Sulle rivelazioni emerse dai lavori della Commissione parlamentare in merito alle vicende legate alle forniture durante l’emergenza sanitaria, la commissione vuole fare luce. Al centro delle polemiche c’è il rapporto professionale tra Conte e l’avvocato Luca Di Donna, figura indicata da alcuni imprenditori come intermediario nelle forniture di mascherine alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri. In Commissione, due imprenditori hanno riferito di presunte richieste di compensi per attività di mediazione, circostanze che tuttavia – lo precisiamo- non risultano oggetto di indagini giudiziarie.
Il Giornale rivela i verbali delle udienze in cui Conte e Di Donna si alternavano
A riaccendere il dibattito sono anche alcuni verbali processuali, pubblicati da Il Giornale e mostrati durante la trasmissione Quarta Repubblica su Rete4, dai quali emergerebbe una collaborazione professionale tra Conte e Di Donna in un procedimento civile del Tribunale di Roma tra il 2006 e il 2007. Documenti che contrasterebbero con le precedenti dichiarazioni dell’ex premier, il quale aveva sostenuto di non aver mai avuto rapporti professionali con l’avvocato. Conte ha successivamente precisato di non aver mai avuto rapporti societari o associativi con Di Donna e di aver sempre mantenuto separate le attività professionali da quelle istituzionali.
Perché Conte non si dimette dalla commissione per farsi interrogare?
Il nervosismo di Conte è cresciuto nelle ultime settimane, da quando l’attenzione della commissione si è fermata sulle consulenze dell’avvocato Luca Di Donna. Due imprenditori soprattutto (Dario Bianchi e Sergio Buini) hanno denunciato in commissione di aver ricevuto nel 2020, in piena pandemia, da Di Donna una richiesta del 10% sulle forniture di mascherine in cambio del lavoro di intermediazione con la struttura commissariale. Un’accusa che – lo ribadiamo- non è oggetto di alcuna indagine. Ma resta agli atti dei lavori della commissione.
Le contraddizioni di Conte
E’ spuntata quindi, in questi giorni, una consulenza di 454mila all’avvocato Luca Di Donna e ad altri professionisti che gravitavano nello studio Alpa ricevuta da una ditta che aveva vinto un appalto per le forniture Covid. Conte minaccia querele ma si contraddice: si dice disponibile a riferire come persona informata sui fatti davanti alla Commissione Covid. Ma continuando a farne parte, la circostanza di fatto impedisce la sua audizione. E questo nodo alimenta ulteriori interrogativi sul ruolo dell’ex premier nelle vicende oggetto dell’inchiesta parlamentare.
In particolare: il leader del M5S continua a negare ogni tipo di rapporto professionale con Di Donna. Il 12 aprile scorso, intervenendo al programma Fuori dal Coro di Mario Giordano, il leader del M5s è stato netto: «Con Di Donna non sono mai stato collegato di studio, non ho mai avuto alcun rapporto professionale». Ma i verbali processuali che il Giornale (tra i quotidiani che Conte ha minacciato di querelare) ha rivelato, dimostrerebbero il contrario. “Conte e Di Donna – si legge sul quotidiano diretto da Tommaso Cerno- si sono alternati nello stesso processo come difensori della stessa parte. Siamo alla IX sezione civile del Tribunale di Roma. All’udienza del 20 dicembre 2006 (procedimento n. 1007/07) si legge nel verbale originale: «in sostituzione dell’avvocato professore Giuseppe Conte è presente Luca Di Donna».
Stesso processo, stessa Aula, si arriva al 17 ottobre 2007. Nel verbale dell’udienza si legge ancora: «In sostituzione dell’avvocato professore Giuseppe Conte è presente Luca Di Donna». Ancora, Terza udienza (stesso processo): «È presente l’avvocato prof Giuseppe Conte» si legge nel terzo verbale. Da questi tre verbali risulterebbe che tra Conte e Di Donna il rapporto professionale c’è stato. Infatti, ora il leader M5S ha sfumato il discorso, precisando: «Non solo non ho avuto rapporti societari o associativi con questi e altri avvocati prima del mio impegno pubblico; ma da quando sono in politica ho sempre tenuto ben distinte le mie attività istituzionali rispetto a tutti, e ripeto tutti». Il punto ora è che la commissione d’inchiesta ha poteri giudiziari e ha il diritto-dovere di illuminare le opacità. Ma non si esce dallo stallo tra la disponibilità di Conte ad essere interrogato e il fatto che, non dimettendosi dalla stessa, non può essere ascoltato.
Non l’ha presa bene Giuseppe Conte, che minaccia querele a destra e manca. C’era da aspettarselo. La testimonianza in commissione Covid sulla maxi parcella da oltre 450mila euro a un legale socio dello studio dell’ex premier è una bomba. Il nervosismo in casa delle opposizione è alle stelle: prima l’Aventino, poi la richiesta di dimissioni del presidente Marco Lisei, ‘reo’ a dire del centrosinistra di aver avallato un iter procedurale irregolare. Per il leader 5Stelle la misura è colma e in un lungo post minaccia carte bollate per tutti. “Dal momento – dice – che i chiarimenti sopra riassunti li ho detti e ridetti, ma alcuni giornali e trasmissioni tv continuano a ignorarli, calunniandomi, informo tutti che da oggi ho deciso di agire”.
Covid, Conte minaccia querele: non l’ho mai fatto però…
Poi l’attacco diretto a Fratelli d’Italia. “Rassegnatevi – scrive l’ex premier- non troverete mai nessun funzionario pubblico che potrà testimoniare di un mio interessamento diretto o indiretto, generico o specifico, su imprese o consulenti che abbiano avuto rapporti con l’amministrazione pubblica. Tutte queste informazioni sono ben disponibile a riferirle anche in Commissione Covid, come persona informata sui fatti”. E ancora: “Tante volte molti cittadini mi hanno detto che sbaglio a non querelare di fronte a bugie palesi e campagne diffamatorie contro la mia persona. Sin qui non l’ho mai fatto, né da presidente del Consiglio né da leader di partito, in omaggio alla libertà di stampa e di informazione. Purtroppo, però, è stata superata una linea rossa e di fronte a campagne mediatiche che rilanciano denigrazioni e diffamazioni sono costretto a dover difendere la mia reputazione e il lavoro che ho svolto per il Paese“.
L’attacco a Meloni e Fratelli d’Italia
L’occasione è ghiotta per attaccare anche la premier Meloni. Nulla di particolarmente originale. “Non farò mai come l’attuale presidente del Consiglio che si sottrae alle domande- E rispetterò sempre il lavoro giornalistico quando indirizzato a informare. Ma da oggi chi persevera nella calunnia sarà querelato”. La cronaca, però, parla chiaro. Le sinistre, che fin dal principio hanno maldigerito la commissione parlamentare, lavorano allo sfascio. “Oggi nessune esponente delle opposizioni era presente durante l’audizione in Commissione. Il nostro invito, come avevo già fatto all’inizio dei lavori, è che tornino, perché il procedimento è stato regolare. Saranno garantiti tutti i diritti, come sono stati garantiti sino ad oggi. Andremo avanti con un ritmo serrato di 2-3 audizioni a settimana fino dicembre. Per avere avere poi il tempo di lavorare sulla relazione finale”. Così il presidente della Commissione Marco Lisei di FdI. Pd, M5s, Avs e Iv hanno abbandonato contestando la scelta di far ascoltare dei testimoni da parte delle forze dell’ordine. Niente di irrituale. “La procedura della raccolta di sommarie informazioni da parte di soggetti esterni qualificati, come magistrati e forze dell’ordine, è prevista da regolamento. Sono state fatte polemiche pretestuose. E alcune affermazioni anche gravi nei confronti di chi ha agito in piena legittimità. La delega è passata due volte in Ufficio di presidenza”.
Lisei: niente di irregolare, aspettiamo Conte in commissione
Una stoccata anche a Conte: “Da mesi è pendente’una richiesta di audizioni nei confronti dell’ex premier. Il regolamento impedisce a un commissario di essere audito. Quindi nel momento in cui ha scelto di far parte della commissione, di fatto ha scelto di non essere ascoltato. Ma la soluzione è semplice: potrebbe uscire e rientrare, come hanno fatto altri”. Al centro, c’è la questione delle forniture dei kit per il Covid durante la prima fase della pandemia. A scatenare il panico l’audizione di Marco Spadaccioli, general manager per l’Italia della Adaltis (società che produce kit diagnostici), che ha rivelato la notizia della maxi parcella.



