Conviene ancora laurearsi? Sì, ma il problema sono gli stipendi

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La laurea serve ancora? La risposta, guardando ai dati, è sì. Serve a trovare lavoro,
aumenta le opportunità occupazionali e continua a rappresentare uno degli strumenti più
importanti per entrare nel mercato professionale con maggiori possibilità. Ma c’è un punto
che non può essere ignorato: in Italia studiare conviene, ma spesso non viene pagato
abbastanza.
A raccontarlo è il Sole 24 Ore, sulla base del XXVIII Rapporto AlmaLaurea su laurea e
occupazione. Il quadro che emerge è chiaro: l’occupazione dei laureati cresce, sia a un
anno sia a cinque anni dal titolo, mentre le retribuzioni restano basse e molto distanti da
quelle offerte all’estero.
A un anno dalla laurea lavora l’81,2% dei laureati di primo livello e l’80,8% di quelli di
secondo livello. A cinque anni dal conseguimento del titolo, la percentuale sale ancora:
91,7% per il primo livello e 94,4% per il secondo. Numeri importanti, che confermano il
valore concreto della formazione universitaria.
Il problema arriva quando si passa dal lavoro allo stipendio. A un anno dalla laurea, la
retribuzione media netta mensile è di 1.491 euro per i laureati di primo livello e di 1.495
euro per quelli di secondo livello. Dopo cinque anni si cresce, ma non abbastanza: 1.796
euro per il primo livello e 1.903 euro per il secondo.
Il dato diventa ancora più significativo se letto dentro il contesto attuale. Perché uno
stipendio netto di circa 1.500 euro a un anno dalla laurea, o di poco inferiore ai 2.000 euro
dopo cinque anni, non ha lo stesso peso di qualche anno fa. Affitti, bollette, trasporti,
spese alimentari e costi quotidiani incidono sempre di più sulla vita dei giovani lavoratori.
Così il problema non è soltanto quanto si guadagna in valore assoluto, ma quanto quello
stipendio consenta davvero di costruire autonomia, progettare il futuro e restare nel Paese
in cui ci si è formati.
È qui che il confronto con l’estero diventa decisivo. I laureati italiani di secondo livello che
lavorano fuori dal Paese, a cinque anni dal titolo, arrivano a guadagnare in media 2.941
euro netti al mese, contro i 1.840 euro di chi resta in Italia. Una differenza che sfiora il 60%
e che spiega perché molti giovani, una volta partiti, non considerino scontato il ritorno.
La questione, quindi, non è se la laurea apra ancora le porte del lavoro. I dati dicono che
le apre. La vera domanda è che tipo di lavoro attende i laureati italiani: quanto è stabile,
quanto è coerente con il percorso di studi, quanto permette di crescere e, soprattutto,
quanto riconosce il valore delle competenze acquisite.
Il tema riguarda da vicino studenti e famiglie. Per molti giovani laurearsi significa investire
anni di studio, energie, risorse economiche e aspettative. Ma se il mercato del lavoro non
restituisce questo investimento con retribuzioni adeguate, il rischio è che la laurea continui
a essere utile per trovare un’occupazione, ma non sufficiente per costruire un futuro
autonomo.

C’è poi un altro dato da considerare: i giovani sono sempre meno disposti ad accettare
qualunque condizione pur di lavorare. Cresce la richiesta di un impiego dignitoso, pagato
in modo corretto, coerente con la formazione ricevuta e capace di garantire prospettive.
Non è una pretesa eccessiva, ma il segnale di una generazione che chiede di non dover
scegliere tra restare in Italia e vedere riconosciuto il proprio valore.
La laurea conviene ancora, ma non può essere lasciata sola. Serve a entrare nel mondo
del lavoro, ma deve poter aprire anche una prospettiva di autonomia. Perché il valore dello
studio non si misura solo nel trovare un’occupazione, ma nella possibilità di costruire, con
quel lavoro, una vita dignitosa e un futuro possibile. Anche in Italia.

C’è poi un altro dato da considerare: i giovani sono sempre meno disposti ad accettare
qualunque condizione pur di lavorare. Cresce la richiesta di un impiego dignitoso, pagato
in modo corretto, coerente con la formazione ricevuta e capace di garantire prospettive.
Non è una pretesa eccessiva, ma il segnale di una generazione che chiede di non dover
scegliere tra restare in Italia e vedere riconosciuto il proprio valore.
La laurea, dunque, conviene ancora. Ma da sola non basta. Serve un Paese capace di
trasformare la formazione in lavoro qualificato, stabile e adeguatamente retribuito. Perché
formare giovani competenti è fondamentale; riuscire a trattenerli e valorizzarli è la vera sfida.

Valentina Alvaro

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