Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’articolo inviatoci da Roberto Buono su Carmen Souza che si è esibita alla Casa del Jazz;
Casa del Jazz, 5 agosto 2025 – Rassegna “I Concerti nel Parco”
Un’atmosfera intima e vibrante ha avvolto la Casa del Jazz nella serata del 5 agosto, dove Carmen Souza ha presentato Port’Inglês, il suo undicesimo album, all’interno della rassegna estiva “I Concerti nel Parco”, introdotta dalla direttrice artistica Teresa Azzaro. Vestita di rosso con fiori neri e un fiore giallo tra i capelli, Carmen Souza è salita sul palco imbracciando una piccola chitarra acustica, subito accompagnata da Theo Pascal al contrabbasso ed Elias Kacomanolis alla batteria. La sua voce calda e intensa ha incantato fin dalle prime note, e anche il contrabbassista ha contribuito con vocalità e groove. “Faremo un piatto misto. Cucineremo per voi”, dice Souza, e davvero lo fa, alternando chitarra, pianoforte, scat, spoken word e ritmi tradizionali di Capo Verde rielaborati con grande libertà jazzistica. La concertista introduce ogni brano raccontandone la genesi. Così avviene per una “Contradanza”, pezzo ballabile ispirato a un genere musicale inglese arrivato a Capo Verde durante l’occupazione britannica, e che ben rappresenta l’influenza culturale, linguistica e musicale esercitata dal Regno Unito sull’arcipelago per oltre un secolo. “Cominciamo dall’impatto musicale”, dice Carmen, invitando il pubblico a battere le mani e a ripetere il ritornello. Non manca una citazione a Chick Corea. Souza si sposta spesso al pianoforte, sottolineando come anche nella musica, oltre che nella politica e nella società, l’eco della colonizzazione britannica sia forte. Con “Ariope”, un brano vivace e carico di ironia, racconta: “Da bambina sentivo mio padre dire ‘ariope’. Pensavo fosse creolo capoverdiano, ma ho scoperto che veniva da ‘hurry up’. Come tante altre parole: ‘boat’, ‘boy’, ‘straight away’. Tutte creolizzate, adattate. E da lì è nata questa canzone”. Il viaggio musicale e storico continua con “Francis Drum”, tratto da un album precedente. La canzone è dedicata a Sir Francis Drake, figura controversa: eroe in patria, ma ricordato a Capo Verde come razziatore e distruttore. Souza racconta di come Drake viaggiasse con un piccolo tamburo e, prima di morire, chiese che venisse suonato ogni volta che l’Inghilterra fosse in pericolo, affinché lui potesse tornare a salvarla. “Questa canzone nasce dal mio progetto accademico del 2023 sul colonialismo britannico nelle isole capoverdiane”, spiega la cantante. Il concerto prende slancio con momenti di grande energia: il pubblico viene invitato a scendere sotto al palco e a cantare in due cori contrapposti, sfidandosi a colpi di ritornelli. Dopo questo crescendo, Carmen torna al piano per Cais d’Port Inglês, title track dell’ultimo album, uscito nel settembre 2024 e acclamato dalla critica (WMCE, Transglobal World Music Chart, Preis der deutschen Schallplattenkritik). Un momento fortemente evocativo arriva quando Souza tocca direttamente le corde del pianoforte con le mani, creando un’atmosfera psichedelica tra jazz e rock visionario, con echi quasi pinkfloydiani. Poi il ritmo incalza di nuovo, con basso e batteria serrati e la voce che esplora territori di scat e improvvisazione. Verso la fine del concerto, Africa scatena la danza collettiva sotto il palco, prima del gran finale con “Pata Pata”, celebre brano di Miriam Makeba, che chiude tra entusiasmo e sorrisi una serata carica di ritmo, poesia e consapevolezza storica. Richiamata a gran voce dal pubblico, Carmen Souza torna sul palco per un ultimo bis: una versione intima e sussurrata di “My Baby Just Cares for Me”, portata al successo da Nina Simone. Una chiusura delicata, dolcissima, dopo un concerto che è stato molto più di una performance musicale: un viaggio tra memorie coloniali, orgoglio identitario, improvvisazione e danza. Con naturalezza, l’artista ha attraversato l’intero spettro espressivo: dalla chitarra acustica al pianoforte, fino all’uso di piccoli strumenti percussivi, sempre in perfetto equilibrio tra virtuosismo e spontaneità. Straordinario anche il contributo dei suoi musicisti: Theo Pascal, contrabbassista preciso e dal suono avvolgente, ed Elias Kacomanolis, batterista dalle tinte calde e inventive, capaci di intrecciare jazz, ritmo africano e improvvisazione. Una menzione speciale va a Teresa Azzaro, direttrice artistica de I Concerti nel Parco, la cui visione coraggiosa e attenta continua a rendere Villa Osio – Casa del Jazz uno dei palcoscenici estivi più interessanti e vivaci della scena romana.




Roberto Buono



