Il ritorno di Donald Trump sulla scena politica americana riapre interrogativi profondi sulla solidità dell’impegno statunitense verso l’Ucraina.La sua retorica oscillante, spesso improntata a un pragmatismo muscolare e imprevedibile, fa presagire una possibile inversione di rotta rispetto al sostegno fornito finora da Washington.Se da un lato Trump ha interesse a presentarsi come il leader capace di “chiudere la guerra in 24 ore”, dall’altro questo approccio suggerisce un compromesso rapido che potrebbe sacrificare le ambizioni ucraine sull’altare della realpolitik.Le pressioni interne alla sua base, sempre più scettica sull’invio di fondi all’estero, si sommano a un clima geopolitico dove la priorità dichiarata è la competizione con la Cina.Non è difficile immaginare che un’eventuale amministrazione Trump possa tentare di rinegoziare il ruolo degli Stati Uniti nel conflitto, spingendo Kyiv verso concessioni territoriali o politiche in cambio di una tregua utile soprattutto alla narrativa della Casa Bianca.Un simile scenario lascerebbe Zelensky isolato proprio nel momento in cui ha più bisogno di garanzie e continuità strategica, alimentando la percezione di un Occidente incapace di tenere la linea quando i costi diventano troppo alti.Tutto questo non implica un tradimento annunciato, ma il rischio che la logica transazionale trumpiana porti a scelte che, nei fatti, potrebbero equivalere a una brusca riduzione del sostegno a Kyiv, con implicazioni decisive non solo per l’Ucraina ma per l’intera architettura di sicurezza europea.



